Me lo ricordo bene, oh
benissimo, come potessi toccargli guance e naso proprio adesso, sfiorandolo con
la punta delle dita: me lo ricordo - come potrei scordarlo - Jorge Amado, sorridente,
di pan di zucchero, seduto su una di quelle poltroncine da fiera in una
delle stanze del Salone di Torino di non so più che anno fa. Siamo in tre: lui,
io e un giornalista dell’Ansa il cui
nome non mi sovviene, ma era un tipo
mingherlino e piccolo da tenere nel
taschino. Siamo Amado, lui e io. Amado risponde alle domande, il giornalista le pone e
io devo tradurre in portoghese al primo le domande e al secondo le risposte. Ma
il giornalista ne sa assai meno di me dello scrittore brasiliano perché io,
Amado l’ho letto tutto quanto, garofano e cannella. E poi , ventenne, fresca di
laurea, avevo fatto, di letteratura brasiliana, ben due annualità e altrettanti
esami con il professor Giorgio Marotti che era ed è, una simpatia rotonda e
barbuta al pari del mio Amado. Così più che un’intervista, fu una chiacchierata
tra noi due…
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| L'Amazzonia, vista da mio fratello Marco |
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