Alla vigilia delle mie
nozze, insieme al crepuscolo indaffarato a stender il suo velluto d’indaco, appuntato
all’aria con un luccicar di stelle, arrivò per me al cancello color ruggine,
che separava il giardino dalla strada, l’ingegner Amico. Suonò, io di corsa, al
confine di seta tra una vita e l’altra. Aveva un dono per me, quell’ingegnere
grande e grosso, reso piccino dagli anni, che aveva già pronte - e io non lo
capii - le valigie per salir sul treno del suo destino. Il dono era (ed è) un
piccola margherita in filigrana d’oro che doveva portarmi, a detta sua, una gran
buona sorte, avendolo lui avuto da un’alcina siciliana…
Non so se il portento
si è avverato. La vita è stata, per me come per tutti, un poco generosa e un
poco no e a far bilanci e conti io non son proprio tagliata come sa bene la mia commercialista. Ma il ricordo di
lui, dell’ingegner Amico, è sull’attenti e siccome ora se n’è andato, e senza bagagli, mi piace ricordarlo per com’era, condito, pur ingegnere, al pepe
e al cardamomo in un mondo che mi par sciapo, senza sale, un mondo di lavatrici e Napisan
e amuchina. Era, dunque, partiamo pure da qui, il padre di un compagno di
classe dei gemelli, che non so per quali traverse vie della sua mente parlava -
quando era in casa nostra e mia madre cicalava con il suo far mondano che la faceva di solito Regina - a me soltanto. Io, figlia minore, diventavo per lui Esterina e,
mettendomi in tasca, mi portava, nel bel freschetto di quei giugni della
protostoria, ad Ostia, alla Vecchia Pineta, insieme a sua moglie (piccola come
me di sei anni) e alla Albina che era diventata bianca in casa loro. Oh la
grazia di quelle mattine salse sulla rena nera! Lui, l’ingegner Amico, solo
come un gigante egoista, metteva in testa una retina nera, che, insieme ai mutandoni da bagno neri pure loro, lo faceva somigliar a un
dagherrotipo dei primi del Novecento, e via a nuotare. All’ora del desinare,
sul tavolino esterno della cabina color neve e nontiscordardime, si sedeva una
canestra di vivande, preparate dall’Albina. Tutti al desco. E se veniva,
meschino, un vicino a far due chiacchiere, a ricamar pettegolezzi come s'usa fare in spiaggia, l’ingegner
Amico smetteva di mangiare e si leccava, una per una, le dita per poi porgere
la mano in segno d'amicizia…

...la vita ti ha comunque dimostrato l'apprezzamento di persone "speciali" non so se è stata la margherita ;)
RispondiEliminati abbraccio Rita