Davanti alla finestra che si apre sul verde del piccolo giardino dalla stanza che mi è assegnata da mia suocera, ogni Santo Natale, c'è una casa dal tetto basso, tutta quanta rannicchiata sotto il peso del grigio cielo patavino; una delle tante, sarebbe, nell'assonnato orlo cittadino di questa Padova elegante, che si accende nelle sue piazze di allegria di bancarelle e bicilette Sì, sarebbe proprio una delle tante case, in stile anni Settanta, cresciute in quei tempi felici là, lungo la Via Tiziano Aspetti, se non fosse che questa casa qui si porta in testa un comignolo color cotto che, per via dei buchi dello sfiato pare una faccia allegra che, al mattino, nell'alzar le taparelle, mi guarda con un sorriso largo e sembra, da lassù, augurarmi una felice giornata. Così, ci salutiamo, io e lui, in lieto scambio di simpatia, anche quando, si sa, i pomeriggi dopo la festa, silenti nel respiro della fata della Bella Addormentata, paiono lunghi come partite a Risiko e a me, sincera, mancano il viavai ciarliero dei Monti, la mia macchina da cucire e persino gli operai che, nel cortile interno di casa mia, paiono sempre al lavoro, indaffarati a chiamarsi per nome.
Se mi prende quel nocciolin di malinconia, scendo a scivolo giù in camera e saluto il mio comignolo, tutt'occhi e bocca sana, che mi rimanda un luccicar di gioia, nel vezzo suo che stona, si direbbe, con le linee austere dell'architettura che lo ospita. Ieri, lo guardavo fisso e. d'un tratto, mi è parso, senza scherzi, di vedere affacciato alla finestrella il nanetto da giardino, un Cucciolo dipinto di giallo e turchino, che se ne sta di solito, un poco infreddolito e stento, proprio davanti all'uscio di casa di mia suocera. Mi sorridevan, dunque, Cucciolo e comignolo. Chiudo gli occhi, li riapro: non c'è più. Scendo a precipizio giù in giardino e, oddio, Cucciolo non c'è più a far da sbiadita sentinella. Cucciolo non c'è, ma c'è mia cognata chinata in due a ridare un poco di sole al giubbino e una pennellata di cielo al berretto del triste (per me) nano da giardino...
mercoledì 26 dicembre 2012
sabato 22 dicembre 2012
Sotto la neve
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| Nel candore dei boccioli di rosa, BUON NATALE! |
martedì 18 dicembre 2012
Shopping in Via Condotti
Per comperare qualche
pacchetto da metter sotto l’albero per cognato, amici, suocera, ieri mattina,
insieme a mio marito, a braccetto, in volo, come facevamo ai tempi in cui
eravamo sposetti e non, come ora, insieme da quasi due lustri, vicini, quasi
tutt’uno, al punto che ci si capisce con un solo alzar di sopracciglio; ce ne
siamo andati, dicevo, in centro, tra la piazza di Spagna, che reca, nel bel
mezzo delle scalinate un cono verde che dovrebbe essere un albero di Natale e
che invece fa venir voglia di dare un poco d’antibiotico ai gradini per
estirpar la malattia verdastra e la Via Condotti; insieme, con un mucchio di
pensieri impacchettati e messi sotto l’abete, io e lui. Prima nei negozi poi,
io e lui, seduti in piazza San Silvestro che era un via vai d’autobus e che
ora, stirata in un color sabbia triste come un deserto, pare la sala d’aspetto sotto
il cielo di una stazione russa. D’un tratto, come un miraggio, il nostro ex
capo redattore. Io, non lo vedevo da più di tre anni e rivederlo non mi ha certo
punto commossa… Poi, via, verso nuovi negozi, questa volta per me. Siamo in
autobus, diretti e filati verso la Piazza Venezia, quando una certa signora con
un’aria un poco così, ad alta voce, parlando al cellulare, chissà con chi e
forse con nessuno, dice: “Sì, sì, sono qui, in autobus, seduta vicino a Vincenzo
Salemme, sì, sì l’attore. E’ un mio amico! Ma come, non lo sapevi?” Vincenzo
Salemme? Le occhiate si perdono negli occhi altrui, in uno sbigottimento
generale. E lei, la protagonista, incalza, sempre al telefono: “Ieri? Oh ieri
ero a Firenze, ho fatto il viaggio con Matteo Renzi? Sì, sì, proprio con
Matteo? Un simpaticone”. Ronzan le battute, qualcuno ridacchia, altri stirano
le labbra per non mostrar l’anima che esplode. Mio marito e io scendiamo. E lui
mi fa: “Ora hai capito perché preferisco starmene a casa…”.
Un altro Natale
| Una rosa per un Buon Natale! |
domenica 16 dicembre 2012
Buon Natale!
All’otto di dicembre,
in casa mia (come anche nella vostra, almeno credo) si fanno il presepe e l’alberello;
in casa mia, poi, da un cesto custodito nella pancia dell’armadio tirolese
color cioccolata e zabaione, di nonna Stella (che ora è, di grazia, mio) vien
fuori un disco di Christmas Carols, verde abete, come il libriccino dove si
posson leggere le parole, che fan, in una corona d’allegria d’anima, da colonna
sonora all’attesa mia, all’avvento che, silente, misura i giorni che mancano
alla discesa della luce in questo mondo di tenebra…
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| Ecco una bennibag fiocco di neve per un caldo Natale! |
venerdì 14 dicembre 2012
Tortelli alle spezie
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| Ancora una benniposh |
Scendevo verso la
Madonna dei Monti, dalla stazione, dove ero andata a comperare i biglietti
del treno che mi porteranno, per le vacanze di Natale, verso Nord, lasciata la mia Roma bella a certi
amici cari che vogliono far due passi con Cesare e Pompeo, casomai anche nel
cuore barocco di Pietro e di Paolo; scendevo, dunque, e in testa, arrotolato al
modo di turbante, il tre per due dei regali a questo e a quella, nel pensiero
del desiderio altrui che è sempre un mistero grande. Tutta presa dal filo mio,
scorgo in lontananza, con il terzo occhio che a volte è aperto e altre, invece,
no, un certo omino vestito d’arancione che, in quel via vai di passi
frettolosi, vestiti di nero, marrone e grigio, pare nelle sue vesti sciolte color zucca un
piccolo sole appena sorto nel grigiume dell’asfalto. Danzano le vesti sue,
scodinzolando tra le gambe scure, ma io, un’occhiata distratta, e via, sono già
all’altezza del Despar e lui, a occhio e croce, come si suol dire, è ancora
davanti all’Ibs. Cammino verso il largo di Magnanapoli, per girare poi a
sinistra lungo la Via Milano che si tuffa sulla destra nel tunnel per abbracciare poi, in fondo alla Propaganda Fide, piazza di Spagna. Penso: una De Casalis a Michelle e, per Jane, la Morante
tradotta, ohimè, nel lontano 1948. A Lisa una bennibag, che ancora non ne ha mai avuta
una; per Lydia non so. Perduta nel girone dei doni natalizi, mi ritrovo a
saltar l’incrocio in Via Milano ed eccomi, passato il semaforo che parla per
fischi ripetuti, proprio in cima a Via del Boschetto, scomoda come sono scomode
le strade senza marciapiede. Sono lì pronta a lasciarmi alle spalle la Via Nazionale, tutta quanta larga e piemontese, nella lottizzazione De Merode, per infilarmi nelle scure straduzze della Roma papalina, che avevan nomi popolani e sobbalzi e anima, quando mi sento afferrar
per una spalla. L’omino arancione, con il suo bel terzo occhio disegnato sul
ponte del colmo del naso, da un occhio all’altro, mi fa, con un accento al ragù
di Bologna: “Oh guarda che noi siam vegetariani. La carne non la mangiamo mica
e neanche le persone…” E mentre mettevo il mio tondo euro nella ciotolina sua
mi sono ritrovata occhio nell’occhio - il terzo - con lui, in una delizia indù,
al profumo di sandalo e di curcuma, in un girotondo di tortelli alla zucca
modenese…
giovedì 13 dicembre 2012
La fine del mondo di Lorenzo
Oh che siamo tornati al
Medio Evo, con la paura dell’anno Mille, mi chiedo, al mattino presto, quando
in cento e più modi mi sforzo a ingranar col caffelatte la marcia della mia
vita quotidiana, mentre in televisione questo e quello e pure quell’altro, con le facce di plastica e occhi
atteggiati alla paura, fan cento e più congetture, con interventi degli
esperti, sulle previsioni dei Maya, sugli allineamenti degli astri e su una
sequela, per me, di corbellerie che mi paiono senza capo né coda e pure senza
senso. I Maya, poveretti, lasciamoli al destino loro ché neppure si sa quale
sia stato. Scomparsi, forse inghiottiti da una astronave, perché ci dicono
persino, dalla Russia, che gli alieni sono tra noi e che per, capire come
funziona il busillis, occorre rivedere man in black e magari pure indossar gli
occhiali neri di “Essi vivono”. A me sembra di aver vissuto, giovanetta, tempi
migliori, con adulti che erano adulti e non pischelli a inocular pane e
adrenalina al prossimo…
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| Una benni posh |
Perdonatemi lo sfogo, che pure mi permetto perché è Natale, sta per scender dalle stelle Israello e noi,
invece di aspettarlo, con la luce nel cuore che si accende nella speranza di un
mondo migliore, siam qui a fremere, agitati, per una data, tutta dodici o al
contrario, e che abbiamo, diciamolo qui, inventato noi, di sana pianta, ché
mari e monti non hanno né età né storia e neppure dopostoria. Il mondo, con
buonapace nostra, cammina per la strada sua, come sa bene Lorenzo, che gli anni
li conta sulle dita di una mano e che, or sono due giorni, mi ha detto, con un
sorriso largo: “Vado dalla nonna per Natale, dopo la fine del mondo…”
mercoledì 12 dicembre 2012
La luna a Cala dei Gigli
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| Girgolu a Cala dei Gigli, bianchi come la luna |
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| Ttante benniposh, tutte già vendute! |
martedì 11 dicembre 2012
Solo una scintilla
Vivo nella culla del
mito. Per me, Dioniso e Medusa e poi Minerva e anche Semele sono vivi e
respirano nelle pieghe della loro storia, silenti, veri, profondi, perduti nel
simbolo eterno, rosa del mondo, invisibili ai più, coperti come sono dal rumore
dell’eterna infelicità umana che si consuma nella corsa quotidiana, banditi i bagliori incerti dello spirito, nel nume dei
lumi. Di spirito vivo, essi antichi e moderni, indicano la strada, se solo ci fermassimo ad ascoltarli...
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| Alla fonte... |
Pensavo a questo e ad altro ancora, ieri, mentre me ne andavo, sotto una pioggia di Giove, a trovare una certa amica che ha preso per sé un cagnolino, nella
rete dei volontari che salvano cani e gatti dai loro destini. La Winnie è una cagnetta da riproduzione. Deve aver avuto non so più quanti
cuccioli se pare, a vederla, tutta pancia, per musetto una pigna, gli occhi di sotto in su. Alla Winnie, per esser felice, basta un
cuscino e diventa ciambella. Noi a chiacchierare. A me, un caffè
di spuma di latte che mi fa pensare ad altri inverni.
Siamo lì, con le benniposh in mezzo; la Winnie, ogni tanto, mendica un fiato di
attenzione, con le zampette a raspar sul divano, tra noi, poi, con la carezza
in corpo, torna a farsi rotonda, di pane, sul divanetto suo. D’un tratto, la
cagnolina si alza e, stesa sul dorso, prende a far il serpente. Di qua e di là,
in un attorcigliarsi scomposto che è, per me, festa d’armonia; lei, come una baccante, starnutendo i
suoi etcì di puro piacere. “Ma che cosa fa?”, si chiede stupita l'amica: non rispondo, tengo per me il segreto: Winnie sta vivendo; sta vivendo nella scintilla che la percorre, che ci percorre...
domenica 9 dicembre 2012
La vita in lavatrice
Ho messo la mia vita in
lavatrice, come si fa con i panni e le lenzuola, per lasciar che la candeggina profumata
dallo spirito e il detersivo ai fiori selvatici della consapevolezza lavino via
quel che l’anima non contiene più, facendo bianche certe verità nere, che a
lungo sono rimaste ombre, laggiù nel burrone dell’inconsapevolezza, e ora non
più. Nel perdono, ritrovo la via e il mio zaino, pur ancora pesante, mi pare
più leggero alla salita, lungo il mio sentiero alpino, come dopo un pic nic consumato
in vetta, grattando il blu del cielo, quando il cibo, sacro, si è fatto energia
e carne e sangue e anche spirito.
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| Tavolara vista da Cala dei Gigli e dagli occhi del cuore |
Ho messo la mia vita in
lavatrice, ma anche i panni e le lenzuola della settimana e siccome il sole
freddo di dicembre bacia, giallo zafferano, la terra e la vita nostra, eccomi a
stender le cose sul filo che corre, ballerino, dalla finestra della cucina a quella
dello studio, lungo un affaccio che guarda diritto in faccia a due o tre camere
d’albergo. Appendo, concentrata, il copripiumino del letto di Leonardo e le
camicie di Antonio, che paiono vele da quanto grandi sono. E le mollette reggono
tute e calzoni in un allegro tenersi per mano che mi regala l’illusione del
cosmos, nell’armonia di biancheria e pianeti, distesi sulla voragine del terzo
piano. Sono lì, con una maglietta tra le dita quando, la mano si quaglia, non
so neppur io dire perché e giù, a paracadute, nel cortile interno dell’albergo.
Oh no, mi dico e correr a prender il mio amo da polipo per ripescar la roba mia
è tutto in uno. Immaginatevi ora la scena di me che, con la perizia di un
consumato pescatore, calo il mio amo tra i fili della biancheria miei e dei
piani di sotto, in uno zigzag a cuore acceso, per toccare il fondo e acchiappar, tra gli aghi, la maglietta.
Tutta quanta in me, olè, presa! E mentre tiro su la preda, trasecolo nel sentir
lo scrosciar di un battimani. Alzo lo sguardo sui turisti che, a grappolo, affacciati sul balcone, son stati
testimoni della mia battuta di pesca alla maglietta…
sabato 8 dicembre 2012
Amor vincit omnia
E’ bello, al mattino
presto, quando il cielo pare ancora umido di vita primigenia, come appena
uscito dall’acqua sacra della creazione, ritrovarsi per la strada, al modo di
un viandante che se ne va senza meta, rincorrendo soltanto l’istinto suo, quell’anelito
di libertà che fa venir voglia, almeno a me, di cantar Panis angelicus oppure,
anche una cert’aria di Vivaldi che mi par benedizione d’anima. Ieri, vigilia
mia, me ne sono andata, sola soletta, a comperar le paste di Regoli all’Esquilino
e poi, più in là, a ritirare un certo pacchetto il cui contenuto preferisco
tener cucito nella tasca del mio cuore. Via Giovanni Lanza invitava alle danze,
larga, color grigio argento, nel silenzio dell’ora giovane, salgo al passo di
Atalanta e su su fino a Via dello Statuto, dove abitavano - mamma mia, ricordo
ancora a memoria, a scioglilingua, il loro numero di telefono… - tre fratelli dal cognome marino
che erano amici, tre in uno e uno a testa, miei, di mio fratello Marco e anche di
Sara. Passo davanti al gran palazzo ocra dove abitavano a non so più che piano
e sono già in pasticceria: bignè al cioccolato, alla crema, alla nocciola con
su una glassa densa che si attacca al palato e alla gola. Fatti due o tre passi
nella bella piazza Vittorio, sono già di ritorno, verso casa e già che ci sono,
eccomi sulla Via Merulana, nuda di alberi, lì dove, chiara, appare in fondo,
come una visione di bellezza pura, Santa Maria Maggiore, la chiesa della neve d’agosto.
Cammino in mezzo a un gruppo di ragazzi che, invece di esser a scuola, sono a
spasso. Le ragazze, belle, petulanti, col sole in fronte, con certe minigonne a lasciar libere gambe e inguine. Più avanti,
lungo il marciapiede, un piccolo nomade, appoggiandosi a una gruccia, chiede l’elemosina,
con due occhi che paiono di cane triste. Allunga il cappello verso una signora
corpulenta che ha tuffato la mano nella borsetta, ma poi, oppete, ecco, passa la
gazzella, con le sue gambe al vento, falcando il grigio marciapiede; il ragazzo
zingaro (che gli ormoni deve averli a posto e, secondo me anche le gambe…), d’istinto
si gira a seguir con gli occhi vivi, rinati come sciacquati dalla sorgente della vita, la giovanetta e pling, pling, pling, le monetine saltellan sull’asfalto… Amor vincit omnia, rido e via per la mia strada.
giovedì 6 dicembre 2012
La mia Notte Santa
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| Un piccolo Dioniso, di Paestum, bello come un Gesù Bambino |
Del presepe, niente, ma la lavanderia, gelida, gialla, cugina del grande giardino dove fratelli miei erano gli alberi silenti, con il loro gran cappello di aghi verdi, invernali; la lavanderia, dicevo, si riempiva delle torte che mio padre donava ad amici, conoscenti, parenti, committenti suoi. Erano tante, rotonde, cassate siciliane, che chiuso nello smeraldo dell'incarto loro, nascondevano il bianco della neve di zucchero, il verde della pasta di mandorle, i frutti canditi. La lavanderia foderata di quel verde di pasticceria (che pure mi schifava in bocca nei sapori stranieri...) sorrideva dolce, felice, e diventava di festa e di mondo anche lei, in quell'erba zuccherina, finché, consegna oggi e consegna domani, non tornava nuda, lei come me nella sacra Notte dell'eterno ritorno.. Lei come Israello. Nuda, ma forte, di vita profonda, vera, di fronte al mondo travestito di luci. E io, come lei.
lunedì 3 dicembre 2012
Scrittori e scrittori
C’è, sulla sinistra, a
filo con la porta San Giovanni, lì dove le mura color terra di Siena, ricamano
un margine alla Città Eterna che di margini non ne ha più; c’è, dicevo, un
giardinetto pettinato, lungo lungo e magrolino, con le sue belle panchine a
rincorrersi nel sole del dopopranzo e le giostre versicolori per i più piccoli,
che, chiudendo l’occhio mancino (immerso nel rombo delle automobili che
ruscellano giù dalla Basilica di San Giovanni, lungo la via tal dei tali), a correr con lo
sguardo sinistro fino alle torri della Basilica di Santa Croce in Gerusalemme,
regala l’illusione di vivere nel silenzio d’ovo di un quadretto di Roma
sparita. A valle, giù per lo strapiombo, un tappeto d’erba verde che è armonia
pura abbracciata com’è al cotto dell’opus reticulatum delle mura. E in
lontananza il campanile romanico della Basilica dell’orto… Ecco, temperando l’occhiata,
resa aguzza dall’anima, mi par di vedere appressarsi dondolando sotto un sacco
un carbonaio stracciato con la faccia di Alberto Sordi e, più in là, il
marchese del Grillo, con i suoi valletti di velluto…
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| Il tuffatore di Paestum, nella sua scarna bellezza |
Cammino, avvolta in
quel sogno tutto mio, mentre il sole di dicembre è di stagnola d’oro, già
pronto per celebrar l’arrivo del Bambino, con la nuova luna. Cammino e, di qua
e di là, ci sono fotografati i protagonisti di questo nostro presente. Una
coppia di anziani, lei e lui, seduti e mesti dan briciole ai piccioni; una
mamma carica di pensieri cerca di inseguir la birba sua, due ragazzi si baciano
mentre un terzo lancia lontano, a valle, gli zaini loro… D’un tratto, disegnato
sulle mura, a lettere giganti, leggo: Trucido 2012, bum, per terra e, con un
sorriso, ricordo un pomeriggio in cui la mia unica nipote (che ho tirato su
come fosse figlia) mi comunicò che si era fidanzata con uno scrittore. Bene,
benissimo, le dissi, e che cosa ha scritto, mi informai. E lei, esultante, innocente: “Tutte le scritte alla fermata Ponte Mammolo!”
domenica 2 dicembre 2012
Il sole all'Ikea
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| Vi presento le mie benniposh.. |
Oggi, eccomi, perduta
tra la folla di visi e gambe di persone che fanno il giro completo, recando
carrelli colmi e bimbi appesi, dell’Ikea Porta di Roma. Li osservo mentre
scelgono, in trilli di risate, e comprano e pagano, tutti quanti ordinati in un
serpente, invece, disordinato che si attorciglia tra la merce, in un aprir e chiuder
varchi dove io m’infilo dopo aver tagliato a metri le stoffe per le mie
bennibags e per le mie (nuove) benniposh, per poi emergere, libera, nel
piazzale grigio dove il sole di questo amato dicembre, il mese mio, il mese
degli arcieri – pare farmi una riverenza da lassù... Osservo gli stessi di
prima, o diversi, ma uguali, salir, a gregge, in solitaria, a braccetto, in tre
per due, nello strozzo delle scale mobili che conducono alla bocca del centro commerciale.
Entrare e passeggiare è tutto in uno, mentre i sogni
si fan realtà nelle vetrine di Accessorize, di HM e questo e quello, dove si sfarinano i valori antichi,
regalando a noi moderni l’estasi del desiderio, l'illusione della felicità. Io, con loro, su e giù, in un
volteggiar di mal di testa che va e viene come la marea umana che mi investe. D’un
tratto, mentre son lì che faccio la corte a un paio di stivali neri, mi sembra di
vedere, tra la gente, una faccia nota color panettone di Milano. Giro
gli occhi, lancio lo sguardo al pieno; sì, è proprio lui, Mareggi: cammina
a schiena anche troppo dritta, il collo stretto in una sciarpetta turchina. E’
lui, è proprio Mareggi, un collega, un giornalista sportivo che lavorava con me
or son sei anni. Vorrei chiamarlo, ma il nome non lo so. Nessuno lo chiamava
per nome: era Mareggi e stop. Sempre abbronzato, con un naso che arrivava in
tempo agli appuntamenti, Mareggi parlava, tartagliando, il romanesco. Parlava,
si fa per dire. Perché per lo più taceva, facendosi bellamente i casi suoi. Un
pomeriggio di un’estate grigia, lo ricordo come fosse accaduto ieri, entrò
nella stanza mia e di Carla e, senza dir ciao o altro, sbottò, nel balbuzio
suo: “Uuuunn eestate seeenza sooole è cooome una donna seeenza culo”. E poi addio.
venerdì 30 novembre 2012
Evviva l'Italia
Non so più quante
volte, scendendo in volo dalla scalinata di Magnanapoli per andare in redazione
o in biblioteca, mi ero detta, guardando quel gran signore di palazzo merlato
che porta il nome di Palazzo Venezia, oh via Ester, sarà bene che si faccia, a piedi
alati, un giretto anche lì, come hai snasato un poco ovunque nella città dei
Cesari e dei Papi. E siccome l’occasione è come il sassolino di luna che ci
conduce per mano lungo il cammino della vita, qualche giorno fa, ma mica tanti,
ecco che leggo su un manifesto, grande così a dondolar nel vento, scritto, mi
pare, per un paio di giganti, leggo, dicevo, di una mostra, “Tavole
miracolose”, la quale raccoglie e vanta una sfilata di icone della Madonna che
fanno di Roma, sorella di Mosca e di Costantinopoli. Quel viso ieratico di una
Maria orientale, soffuso dal suo oro, par chiamarmi da lontano. Obbedisco, vengo,
dico, vado, e, dirigendomi dove non dovevo, imbocco la scalinata di marmo,
chiedendomi, nel salire, che effetto avrebbe fatto, a me, salir quei gradini in
pompa magna, in compagnia del cardinale tal dei tali che, nel Cinquecento, quel
palazzo lo abitava. Non faccio in tempo a seguitare il mio pensiero, che è già
tempo di pagare il biglietto e di entrare. Sulla destra, la sala è scura e le
Sante Vergini sono, come devono essere, lì al modo di presenza divina, di luce
e d’oro, nel mondo buio… E’ questo, mi dico, il senso delle icone; ché, invece,
i quadri nostri, di Raffaello e di Caravaggio e di tutti i nostri grandi e
grandissimi, sono lì, belli di paradiso, a farci vivere un momento, sì divino, ma al quale noi partecipiam da
ospiti un poco ficcanaso. Ma bando alle ciance filosofiche, l’esposizione è finita in gloria
di San Luca (che, secondo la vulgata, avrebbe dipinto l’icona di Santa Maria
del Popolo) e io ritorno sui miei passi per prender due piccioni con un chicco di grano e
visitare il museo che, lo so per sentito dire, ha una gran bella collezione di
ceramiche e di terrecotte. Sicché, girando sulla sinistra, mi giro il museo. E
c’è Giorgione e due ritratti di Rosalba Carriera (ma attribuiti sulle etichette
ad altri non so mica dir perché…) e c’è persino una portantina d’oro che fu di
un nobilone Ruffo di Calabria. Ma delle ceramiche, nessun segno. Ritorno
indietro a chieder lumi e lo faccio nella persona di una signora bionda di una
certa età che mi fa simpatia a pelle. Mi spiega, allargando le braccia, che è
questione di personale. Quando c’è, c’è. Altrimenti si chiude. E io: “E quando
c’è?”. Ma risposta non ce n’è, solo occhi al cielo. E mentre, dopo i saluti e i complimenti per la
mostra, sto per andare via, ecco entrare una coppia di turisti tedeschi, la guida stretta al petto. L’italiano non lo sanno e la mia amica, né tedesco né inglese. Faccio da interprete. La
domanda dei due turisti armati arriva a bruciapelo: “E la collezione di
ceramiche?”. I pensieri in turbine, la lingua in danza, mi fermo, ristò e
rispondo: “La sala è chiusa per restauri”. Perché io, la mia Italia, la amo…
mercoledì 28 novembre 2012
Il sentiero di Susanna
A scuola l’Ottocento,
per me e anche per voi (ci scommetto) era tutto occupato da Manzoni e da
Leopardi. Una barba lessa, decisa – non so mica dir perché – da Francesco De
Sanctis che, dal podio suo di gran critico incoronato, aveva stabilito chi era
grande, e quindi da leggere sui banchi, e chi, invece, no. A me, Manzoni e
Leopardi, beninteso, piacciono, oh bella, eccome, ci mancherebbe altro, sono
glorie tricolori! Del primo, che era conte e suocero di Massimo D’Azeglio,
scrittore anche lui (i suoi ricordi, che belli!) e politico, si leggeva fino a noia i Promessi sposi. Ricordo
- che gioia! - ero Fra’ Cristoforo in quinto ginnasio…; del secondo, a memoria,
ma più a papera, l’Infinito e Il sabato del villaggio. Tutto qui e le Operette
morali, nel dialogo tra il passeggere e il venditore di Almanacchi (che non ho
mai capito ben cos’erano…). Sicché raggiai e stupii quando, grandetta, mi
immersi tutta quanta per i sentieri alpini di un altro Ottocento, detto minore, che non
conoscevo punto se non per cognome in un elenco di “ismi” e di "ure" che somigliavano a tante gabbie per criceti. Avida, onnivora inseguii prima, nei racconti suoi
(bellissimi) Emilio De Marchi e poi, in rapida salita, Luigi Capuana nelle sue “Paesane”
e, subito dopo, nelle “Nuove Paesane”. Furono, per me, quelli, incontri di
delizia nel saliscendi di un italiano, il loro, vivo, colorato, profumato di
verità, croccante di forno, come appena cotto alla brace, che non mi capitava di leggere mai tra gli
scrittori moderni che pure seguivo per dovere, essendo io addetta a far recensioni degli italiani esordienti per un certo quotidiano che allora dormiva il suo
tragico futuro sulla piazza delle Cinque Lune. E mentre mi perdo nei nomi e nei
cognomi del mio Ottocento - nomi che vorrei regalarvi per il fine settimana dell’Immacolata
concezione - mi viene in mente che fui io, proprio io, tra le prime - almeno credo - a recensire, in un colonnino
(ma mi sembra di ricordare che fosse una breve intervista…), “La testa tra le
nuvole”, di Susanna Tamaro. Era un libro di racconti smilzo (delle edizioni
Marsilio) che mi parve ed era perfetto nello stile nudo che andava di moda allora e che si
chiamava, in un altro "ismo" chiuso nel cofanetto suo, minimalismo e veniva dall’America. Doveva ancora, lei, la Susanna, innamorar
Federico Fellini che le dedicò, poco più tardi, se non sbaglio, due pagine
grandi e dense di Repubblica. Dal colonnino mio alla celebrità…
martedì 27 novembre 2012
Gogol a Roma
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| Camminando lungo i sentieri dell'anima |
Tra tutti gli scrittori russi, che pure amo in un
mazzo, tutti quanti – Tolstoj e Turgeniev e, oh, il mio Cekhov! – quello con
cui andrei fuori a cena, a passeggiar tra il Pantheon e Via Sistina, e forse
anche più in là (magari potessi in una seduta spiritica di nonna Stella…), è
Gogol. Non so voi, ma io, “Le anime morte”, l’ho letto in un fiato, non so più quante volte,
ma tutte quante – nessuna esclusa – mi hanno lasciato la memoria chiara,
precisa, ritagliata in un quadretto di gioia, di una risata sommessa, argentina
(la mia), un rumor di ruscello a piover sull’anima nel legger, squadrate,
precise, le dolci miserie dell’umanità, cucinate nel soffritto speziato della
carità. Mi pareva di vederlo, chino allo scrittoio, il mio Nikolaj, e io a
preparargli un caffè sul samovar, mentre l’inverno cosacco scendeva a chiuder
le tende della notte ucraina… Scrivo questo, perdendomi nell’amore che ho per
le parole e per chi sa usarle con grazia, con gli occhiali rosa della santa
ironia che oggi, nei libri, non mi par di scorgere più; come se le lenti si
fossero perdute nelle pieghe caduche, virtuali della forsennata modernità;
scrivo di Gogol mentre la televisione manda in onda, mio Dio, il film del mondo
al contrario, che era ed è quello di Cicikov, un maldestro truffatore, in
crinoline, che fa la parte solenne, stirata del gran signore. Scrivo delle
anime morte e rivedo, in un film, bello, bellissimo, Gogol a passeggio per le
strade della sua amata Roma che gli faceva venir voglia (e anche a me) di
trasformarsi in un “enorme naso con narici grosse come secchi per farci entrare
almeno settecento angeli”. Scrivo di lui e, di fronte alla vita che scorre
nelle immagini e nelle parole dei giornalisti televisivi, mi arrendo e, d’un
tratto, mi par di capire, fresca nella mattina rosa che sorge, perché, un
giorno amaro Gogol decise di bruciare la seconda parte delle sue anime,
mandando Cicikov al rogo.
sabato 24 novembre 2012
Nel sorriso del drago cinese
Ci sono un mucchio
di cose da fare a precipizio al sabato mattina: la spesa al mercato (per
comperar la frutta e la verdura buone per passare il ponte del fine settimana)
e ci sono le scarpe allargate di Andrea da ritirare dal calzolaio di fronte
alla stazione Termini e le cartucce nuove per la stampante, che sembra sempre ingorda
di inchiostro nero e colorato, in parti uguali, o forse no, solo del primo, ma
tanto poi bisogna comperar sempre le cartucce gemelle, 31 euro e crepi l’avarizia…
Va bene, mi arrendo e, con la spinta dell’abitudine, che è gioia d’occidente,
in quel freschetto del mattino giovane che non assomiglia punto all’autunno e
molto, invece, alla primavera in balzo, sono già sulla via dei Serpenti, con un
sorriso al Colosseo, che da laggiù mi guarda con i suoi antichi occhi flavi.
Cammina cammina, lungo la via Giovanni Lanza, mi trovo in quella festa colorata
(a me cara) dell’Esquilino. Sotto i portici, lì dove, da lontano, sembra occhieggiare il bianco
della Basilica di San Giovanni, compero le cartucce e ora, via, attraversiamo
il giardino che è cuore della Piazza Vittorio. Faccio due passi due e sulla destra,
appena entrata nel cancello e, proprio sotto un platano dal tronco cinerino,
vedo due uomini perduti in una geometria di movimenti, guidata, come in un
rituale, da una lunga lama d’oro. Mi fermo, in ammirazione. Il maestro, cinese,
di una sessantina d’anni, piccolo così e senza capelli, è fermo adesso e un
ragazzo, credo italiano, moro di barba e sulla trentina, ripete da solo i
movimenti che quell’altro, con grazia, ripeteva prima. Mi fermo e li guardo,
perduta in non so più che sogno tutto mio di armonia che è anche, credo, quello del
maestro cinese. I due, adesso, han preso a fare insieme i saltelli, le flessioni
di gambe, a braccia tese e poi piegate, in un vorticare di lama; di profilo sono di qua e poi di là. Nell’aria, per
incanto, par disegnarsi, d'ombra e luce, il ricamo tenero e feroce insieme dell’assoluto. Ecco, è finito. Atterrano in morbidezza su
una gamba e poi sull’altra. Subito il ragazzo, si mette a piedi pari e in
fretta e furia si inchina e via. Non così il mio maestro che, fermo, ristà, a
schiena diritta, gli occhi chiusi, quel tanto che mi pare in rima con l’infinito
e poi, nel tempo che è il suo tempo, la schiena si piega nel saluto. Batto le
mani e lui, il mio maestro, si gira nel lume di un sorriso. Il dono più bello
di questo sabato mattina…
venerdì 23 novembre 2012
Gatte fatate all'Esquilino
Mi sono svegliata dal
torpore di un certo mio segreto languore di pensiero (che tengo mio,
abbracciato stretto come si faceva, tutti quanti, con l’orso di pezza, da piccini) in questa
dopostoria novembrina, baciata dal sole di burro fuso che sembra leccar,
sciolto nel manto suo, la via del Boschetto, dove mi reco, un giorno sì e anche
il successivo, a comperare alla Conad, piccola, piccola, foderata dal pavimento
al soffitto di prodotti, il pane e il companatico. Mi sono svegliata, dicevo,
perché la vita chiama e urla e non lascia soli mai e neanche in pace. Eccomi,
nelle ampie strade dell’Esquilino, dove non mi sembra di star nella mia Roma
dei Cesari, tutto piemontese com’è il quartiere, con i suoi viali di palazzi
imbronciati, alti fino al cielo, con quella sua bella piazza Vittorio, a
circondare un gran giardino, che mi sembra, però, ben più adatta, sotto ai suoi
portici scuri, a farsi baciare dal cielo brumoso di Torino che al sole della Capitale.
Un tempo, almeno, un gran mercato dava colore e romanità e anche un poco d’anima
alla pizza oramai muta, perduta nel via vai delle automobili…
Vabbè, il sole splende
e bisogna accontentarsi. Attraverso la piazza, sbrigate le faccende quotidiane,
per arrivar dritta al giardino, dove soggiorna una variata umanità, mescolata
dalla babele della modernità. Cammino, naso a terra, per non incontrar gli
occhi dei tanti, di tutti i colori, che mi camminano intorno. Ci sono giovani e
vecchi, ma tutti han la stessa aria ciondola, di chi non ha un bel nulla da
fare e sfoga quel niente in un ricco parlare al cellulare. Mi siedo ad
osservare un gruppo di ragazzi cino-italiani, in danza moderna, al segno di un
capopopolo che porta, al colmo del capo, un curioso berrettino, nero, piatto,
come fosse il tappo di un barattolo. Danzano e, oh perbacco, non sono niente
male, mi dico e certe ragazze, che belle, che ritmo, che sensualità! Lo sguardo
mio ondeggia tra loro e la fontana di Rutelli (non di Rutelli figlio,
beninteso, ma di suo padre che era scultore e anche di talento…), quando, d’un
tratto, una vocina mi richiama all’oggi: “A signorì, er bijetto…” La vecchina,
tanto curva e bianca che pare fatta di zucchero a velo, mi guarda e accenna col
mento alla sarabanda più in là. Sorrido, tiro fuori il mio bell’euro e lo porgo
a lei, prima che si trasformi in gatto e voli via…
lunedì 19 novembre 2012
Un pianista in Campidoglio
Ci sono nella memoria
di ciascuno e di tutti, volti corrucciati o sorridenti, antichi volti che sono
lì, pare, per sempre, visi che ci si porta dietro, nello zaino e che sono
mattoni dell’esistenza, seminati lungo la via. Per anni, se ne stanno lì dove
sono adesso a far la vita loro e, un giorno, all’improvviso tornano vivi, più
vivi anche di allora, magari in virtù di due pagine di giornale. A me è accaduta, la
resurrezione, qualche giorno fa, leggendo su un quotidiano
romano che c’è chi, un gruppo di potenti nientemeno, vorrebbe in Campidoglio
Alfio Marchini. Alfio, mi dico, oddio, sì proprio lui, Alfio. E chiudo gli
occhi e siamo di nuovo ragazzi, una trentina di anni fa, in una quiete romana
di scuole private, che ci porta dal Massimo, all’Eur, al Mater Dei, in piazza
di Spagna fin su al Sacro Cuore, tra le torri di Villa Medici, dove lui – Alfio
– aveva messo al caldo il cuore suo, nella personcina, davvero deliziosa, della mia migliore amica di allora. Fu Alfio,
nella mia vita, per anni e anni e anni, un ritornello di lei, che mi era cara
in quei giorni lunghi di amori e interrogazioni, e ora non più. Alfio: su, giù
e a destra e a manca; Alfio scritto con una “A” a ricciolo sulle pagine del
Giacalone… Bello, lo era, per davvero, e lo è e alto e moro che sembra uscito
da una rivista americana di figurini alla moda, ed era anche simpatico e, crepi
l’avarizia, persino intelligente. E forse lo è ancora oggi, non so, chiamato com'è a
nuove imprese e niente affatto amorose. Ma, mentre leggo quelle righe su di
lui, e lo rivedo in casa sua, con il suo cane nero (di allora) mi chiedo, e
solo questo mi chiedo, se, dopo aver percorso i suoi sentieri che punto
conosco, suona ancora il pianoforte bene, come allora, quando doveva far l’esame
di non so più che anno di conservatorio…
domenica 18 novembre 2012
Buon Natale, signorina
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| Perdonate il fumé che non era voluto, ecco una bennirose |
Avevo, mi pare, una
ventina d’anni, e iscritta al primo anno di Lettere alla Sapienza, quando,
insieme a un’amica, fui assunta – ma solo per un mese - in un bel negozio di
arredamento chiamato Spazio Sette, che respirava, allora, in due ampi piani di bianco
splendore e di gusto nordico in un palazzo che si nascondeva dietro alla Piazza
Argentina. Di colpo, mi perdo nel labirinto della memoria e non so se il
negozio era lì, in quei tempi oramai remoti o se, invece, mi sovvengono altre
visite mie successive nel corso degli anni a venire, nel viso luminoso di Patrizia, allo stesso negozio dopo
fatto un certo trasloco… Non so e forse non importa perché in quel mese, chiusa
in quadrato fatto apposta per noi, io e le altre (ma c’era anche un ragazzo)
dovevamo confezionare solo pacchetti di Natale. Un mese intero, da mane a sera, di pacchetti, grandi e
piccoli e medi, che alla fine in casa Ponti quando c’era un pacchetto da fare - Ester! - ero io,
esperta ed usa, a esser chiamata…
Il nastro
adesivo, giammai. Ginnasti e prestigiatori, con carta e nastro compivamo le nostre
sfide, aiutati, a volte, dal mento, mentre lo scotch, snobbato, se ne
rimaneva in un canto immalinconito. Io, che a far pacchetti avevo e ho un certo gusto,
ero incoronata regina, ma a volte, un commesso, piccolo, di baffi e senza barba, mi
chiamava a servire i clienti. Su e giù per le ampie scale, nel mio biondo sorriso. Un pomeriggio, col
cielo già nero d’invernale velluto, sono lì, sui gradini, tra un piano e l'altro, quando vedo entrare –
oddio, che sgomento! – un certo professore di Storia moderna all’Università che
per due volte mi aveva rimandato a casa, all'esame, dicendomi che, per carità, non voleva mica sciuparmi il
libretto con un ventisei. Troppa grazia, direte. Ma sapete quanto mi diede alla
terza volta, quando la rivoluzione industriale inglese era entrata anche nei miei sogni di notte?
Avete indovinato: ventisei. Ricordo la corsa, con fiato appallottolato nella
strozza, giù in volo sugli scalini. Mi nascosi nel quadrato magico e, da dietro una compagna, osservai i
movimenti di lui. Un gatto e un topo,
lui e io. Quando fu il momento di fare il suo pacchetto, sparii in bagno
e così sia. Ma non fu un così sia. Uscii e lui, che era già andato via, come mi avevano spifferato Martina o forse Isabella, zacchete, infilò di nuovo la porta e a
passi svelti raggiunse la mia postazione e guardandomi dritta in viso, mi
disse: “Buon Natale signorina”…
venerdì 16 novembre 2012
Il sole di novembre
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| Canali dell'anima |
Nel segreto scrigno che
è la mia anima, dove si concentra, riposta, timida, silente, la mia dorata
consapevolezza che io, prudente, tengo cucita in quello splendore tutto mio
(come mi ha insegnato - oh che nume fu per me, ignara! - un certo amico che era
un tempo una celebrità…), il mondo, con le sue leggi, con i lacci della realtà
che tutto divora, colorato di teatro, è bandito; se ne resta lì fuori nel vocio
del viavai quotidiano, in un tumulto che mi par di guardar con gli occhi tondi
di Lucrezio, sciacquati alla fonte della filosofia; Lucrezio, sì, che amavo e
amo: suave mari magnum… Lì, in quel mistero profondo, il mio spirito, fatto
leggero, trova acqua di sorgente, viva e, lavato come i panni in Arno del
Manzoni, ritrova, bianco, il cammino del viandante. In punta di piedi percorro
questa via che è fatta, come per tutti, di incontri e di scontri e di gioie e
di dolori. Io, il passato, di solito lo rivivevo, per comodità di micio pigro,
scrivendo i casi miei in queste pagine disordinate di blog, che a volte sono
noiose, a volte fanno ridere e altre un poco sospirare. Lo rivivevo qui per non
riviverlo nel mondo che, come ho scritto, è fatto di soprassalti e di cure,
nell’eterno gioco delle parti che si consuma, alieno allo spirito mio, nel dì per dì
della conta quotidiana. Ma a volte il passato si fa occhi e mani e voce e non è più letteratura. E in quella prova, di fronte a
ciò che è stato, mi sento parlare come in una eco, le parole non si fanno fiato e tutto mi par galleggiare in una geografia a me ignota. Altro non so dire se non che, una volta salutato il mio passato, vivo, mi sono seduta, nel mio presente d'oro, sotto la colonna Traiana, incendiata dall’astro
novembrino, e io con lei...
giovedì 15 novembre 2012
Capelli bianchi
Quando, or sono due manciate
buone d’anni, cominciai a far la giornalista io, i colleghi con i capelli
bianchi (non tutti, beninteso) eran, ora lo so, tutti diversi da quelli che i
capelli bianchi ce li hanno ora. I primi, cucinati nel pensiero magari nato per
strada, impanati nella filosofia del quotidiano, erano un tutt’uno con l’umanità
profonda e guardavano alle miserie del mondo con gli occhiali di cioccolata
dell’ironia che salva dai furori scalmanati del sentir comune. Essi, nella
radice del tempo, sapevano -meglio non
so dirlo e spero di esser chiara - calibrar la critica con la mondana consuetudine
con l’animo umano che è sempre quello, ahimè, nei secoli. Questi di oggi, invece, o fan da grilli parlanti con una supponenza smorfiosa
che a me fa venir voglia di cambiar canale oppure, anche, gridano le invettive
loro e i furori, senza contegno e uso di buona creanza. Lo stesso si può dire
dei politici di allora, che potevan avere pure i vizi di sempre, a volte, come capita anche oggi, con i denari
incollati alle dita, ma eran gente che sapeva leggere, parlare, veicolare
concetti in mille percome. Ricordo: sono seduta in platea nel Residence Ripetta
e, al tavolo dei relatori, c’è un ex ministro degli Esteri, leggendario per
certi vezzi mondani che non piacevano punto ai moralisti. Parlava di equilibri
internazionali e io, a bocca aperta, come non sono stata mai. Prendevo appunti…
Il mondo cambiava e con lui
i politici. E non è questione di Prima o Seconda o, ancora, Terza Repubblica. Questo
aneddoto l’ho avuto per inteso da un collega di pasta antica, uno che se gli
chiedevi: “Come stai?”, rispondeva dandovi del voi, come il principe di
Maddaloni: “Come, non lo vedete? Sto
morendo…”. Eccoci, dunque, in Parlamento, dove un ex ministro della Giustizia,
giovanissimo allora, uno con i capelli bianchi già moderni, parla ai colleghi
in Parlamento e per condir di fresco latinorum il suo intervento conclude: “Simul
stabunt, simul cadunt”. Dall’aula si leva una voce piccola di un antico
parlamentare, uno di quelli dai capelli bianchi del primo tipo; la vocina pare
un sospiro e parla con la matita rossa e blu: “Cadent, Martelli, cadent…”
Una scimmietta al Colosseo
Mio suocero, cresciuto a pane, simpatia e nordest (tra Bergamo e Padova) si ritrovò a vivere, bambino, a Roma, dalle parti di Via in Selci, e andava alle elementari alla Vittorino da Feltre che svetta, piemontese, austera a mo’ di corazziere sul terrapieno di bianco marmo che par guadare dall'alto in basso via degli Annibaldi e sfidare il cielo e il Colosseo. Viveva a Roma, dicevo, insieme alla famiglia, quasi tutta al femminile…
Di quei giorni romani mio
suocero, l’Aldo, conservava un affetto nebbioso, che si perdeva nel mito della
lontananza che fa della storia leggenda. Era, la Roma sua, come uscita
dalla grotta di Aladino, apparecchiata nel mistero dell'apriti sesamo. Per esempio, in
casa sua, dovunque fosse ché non l’ho mai capito fino in fondo, oltre alle tante sorelle, saltellava, mi diceva, per le ampie stanze e i corridoi una scimmietta che, un brutto giorno, morì e fu sepolta in qualche giardino romano da loro in corteo solenne. Io, quella scimmietta, di cui lui parlava tornando bambino, la vedevo, giuro, viva e vera e
vestita di rosa, non so dir perché, in cima a un armadio come su una torre. Ma vera, non so.
La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...
La ritrovai, la scimmietta dell'Aldo, qualche tempo fa, quando andai a visitare il Museo casa di Mario Praz e la guida, una signora di una certa eleganza siciliana, indicando fuori da una finestra, aperta su un canto dove Praz, ci disse, era solito consumare i pasti, disse: "Quella è la Torre della Scimmia" e ci raccontò un certo episodio che legava di nuovo Roma a una scimmietta. Fu allora che anche quella dell'Aldo tornò viva, d'argento, nel ricordo, e da lassù, secondo me, lassù dove siam tutti uguali e verità e leggenda si tengono per mano, l'Aldo sorrideva...
martedì 13 novembre 2012
Jeanne cerca casa
Un bel sabato
pomeriggio di una decina d’anni orsono, me ne andavo, come ero usa fare da
altrettanti anni, nella mia redazione al Gazzettino, seduta al terzo piano del
gran palazzo Marignoli che fa quadrato, su un lato, alla piazza San Silvestro.
Prima di imboccare le scale di panna e marmo, osservo un gran via vai nel
portone della basilica di San Silvestro in Capite. Gente che va, gente che
viene, in un affannarsi di buste e sacchetti. Attirata dal movimento come da
una Morgana, mi affaccio nel buio chiostro che fa da anticamera alla Chiesa. Oh
che bel mercatino! Tutto inglese che pare parlino l’english anche i vestiti
appesi sugli attaccapanni. Mi perdo tra baracchini e cianfrusaglie, poi su al
primo piano per dare un’occhiata ai libri vecchi che sono, da sempre, le mie
chimere. Scorro i titoli, finisco per inginocchiarmi e a ritirarmi su, dolente.
Nulla. Scendo di nuovo tra i panni vecchi in quell’odore che mi fa ricordar gli
anni verdi delle camicie americane del mercato di Latina…
D’un tratto, un libriccino
scolorito, color verde stento par chiamarmi tra i colleghi. Lo tiro su e il
titolo è già un programma: “Never will she be unfaithful” e mi perdo nei racconti al miele e al fiele, scritti con una penna elegante, di ape sapiente, che mi fa pensare, a tratti, a Katherine Mansfield e, a tratti, a Kate Chopin (due amiche, grandi). Basta. Lo prendo, un euro e
via di corsa a lavorare. E ora, calzati gli stivali delle sette leghe (prestati
dal gatto del marchese di Carabas…), fate conto, come è accaduto, che quel
libro “Lei non sarà mai infedele”, di Jeanne De Casalis, lo abbia io, proprio
io, Ester, presentato a una casa editrice e poi tradotto, con amore grande perché così si
fa con le sorelle. E Jeanne, che di mestiere era attrice sofisticata degli anni Trenta, lo è e lo era.
Le vendite, però: maluccio. Forse quattrocento copie, non so. E via, un mazzo di dieci anni. Proprio
ieri, mi chiama l’editore per dirmi che i magazzini suoi scoppiano e che la De
Casalis sarà fatta carta da macero. No, no, non può essere. Io, allora, armata di bonifico, ne ho salvate trenta copie che ora, un poco per volta, darò alla mia amica
Michelle, una libraia di cuore e sale e pepe, che sta di casa in Via degli
Zingari, al Rione Monti, nella piccola, concentrata tana su due piani chiamata come un richiamo “Librinecessari” http://www.librinecessari.it , dove io vado spesso a rinfrescar la mente e lo spirito. Ecco qui. Se per caso, vi venisse la voglia di fare un’adozione, di bearvi nella bella scrittura e in trame che parlano di vita vera arrangiata in parole prese al millimetro, bè,
adottate - per dieci euro appena - la De Casalis che vi regalerà qualche ora di
ironica qualità. Jeanne vi aspetta!!
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