Non so più quante
volte, scendendo in volo dalla scalinata di Magnanapoli per andare in redazione
o in biblioteca, mi ero detta, guardando quel gran signore di palazzo merlato
che porta il nome di Palazzo Venezia, oh via Ester, sarà bene che si faccia, a piedi
alati, un giretto anche lì, come hai snasato un poco ovunque nella città dei
Cesari e dei Papi. E siccome l’occasione è come il sassolino di luna che ci
conduce per mano lungo il cammino della vita, qualche giorno fa, ma mica tanti,
ecco che leggo su un manifesto, grande così a dondolar nel vento, scritto, mi
pare, per un paio di giganti, leggo, dicevo, di una mostra, “Tavole
miracolose”, la quale raccoglie e vanta una sfilata di icone della Madonna che
fanno di Roma, sorella di Mosca e di Costantinopoli. Quel viso ieratico di una
Maria orientale, soffuso dal suo oro, par chiamarmi da lontano. Obbedisco, vengo,
dico, vado, e, dirigendomi dove non dovevo, imbocco la scalinata di marmo,
chiedendomi, nel salire, che effetto avrebbe fatto, a me, salir quei gradini in
pompa magna, in compagnia del cardinale tal dei tali che, nel Cinquecento, quel
palazzo lo abitava. Non faccio in tempo a seguitare il mio pensiero, che è già
tempo di pagare il biglietto e di entrare. Sulla destra, la sala è scura e le
Sante Vergini sono, come devono essere, lì al modo di presenza divina, di luce
e d’oro, nel mondo buio… E’ questo, mi dico, il senso delle icone; ché, invece,
i quadri nostri, di Raffaello e di Caravaggio e di tutti i nostri grandi e
grandissimi, sono lì, belli di paradiso, a farci vivere un momento, sì divino, ma al quale noi partecipiam da
ospiti un poco ficcanaso. Ma bando alle ciance filosofiche, l’esposizione è finita in gloria
di San Luca (che, secondo la vulgata, avrebbe dipinto l’icona di Santa Maria
del Popolo) e io ritorno sui miei passi per prender due piccioni con un chicco di grano e
visitare il museo che, lo so per sentito dire, ha una gran bella collezione di
ceramiche e di terrecotte. Sicché, girando sulla sinistra, mi giro il museo. E
c’è Giorgione e due ritratti di Rosalba Carriera (ma attribuiti sulle etichette
ad altri non so mica dir perché…) e c’è persino una portantina d’oro che fu di
un nobilone Ruffo di Calabria. Ma delle ceramiche, nessun segno. Ritorno
indietro a chieder lumi e lo faccio nella persona di una signora bionda di una
certa età che mi fa simpatia a pelle. Mi spiega, allargando le braccia, che è
questione di personale. Quando c’è, c’è. Altrimenti si chiude. E io: “E quando
c’è?”. Ma risposta non ce n’è, solo occhi al cielo. E mentre, dopo i saluti e i complimenti per la
mostra, sto per andare via, ecco entrare una coppia di turisti tedeschi, la guida stretta al petto. L’italiano non lo sanno e la mia amica, né tedesco né inglese. Faccio da interprete. La
domanda dei due turisti armati arriva a bruciapelo: “E la collezione di
ceramiche?”. I pensieri in turbine, la lingua in danza, mi fermo, ristò e
rispondo: “La sala è chiusa per restauri”. Perché io, la mia Italia, la amo…

...E poi fare una figuraccia con i tedeschi che sono dritti come fusi...non era mica il caso!
RispondiElimina:) viva l'italia!
un bacione e buona domenica
Rita