Ci sono un mucchio
di cose da fare a precipizio al sabato mattina: la spesa al mercato (per
comperar la frutta e la verdura buone per passare il ponte del fine settimana)
e ci sono le scarpe allargate di Andrea da ritirare dal calzolaio di fronte
alla stazione Termini e le cartucce nuove per la stampante, che sembra sempre ingorda
di inchiostro nero e colorato, in parti uguali, o forse no, solo del primo, ma
tanto poi bisogna comperar sempre le cartucce gemelle, 31 euro e crepi l’avarizia…
Va bene, mi arrendo e, con la spinta dell’abitudine, che è gioia d’occidente,
in quel freschetto del mattino giovane che non assomiglia punto all’autunno e
molto, invece, alla primavera in balzo, sono già sulla via dei Serpenti, con un
sorriso al Colosseo, che da laggiù mi guarda con i suoi antichi occhi flavi.
Cammina cammina, lungo la via Giovanni Lanza, mi trovo in quella festa colorata
(a me cara) dell’Esquilino. Sotto i portici, lì dove, da lontano, sembra occhieggiare il bianco
della Basilica di San Giovanni, compero le cartucce e ora, via, attraversiamo
il giardino che è cuore della Piazza Vittorio. Faccio due passi due e sulla destra,
appena entrata nel cancello e, proprio sotto un platano dal tronco cinerino,
vedo due uomini perduti in una geometria di movimenti, guidata, come in un
rituale, da una lunga lama d’oro. Mi fermo, in ammirazione. Il maestro, cinese,
di una sessantina d’anni, piccolo così e senza capelli, è fermo adesso e un
ragazzo, credo italiano, moro di barba e sulla trentina, ripete da solo i
movimenti che quell’altro, con grazia, ripeteva prima. Mi fermo e li guardo,
perduta in non so più che sogno tutto mio di armonia che è anche, credo, quello del
maestro cinese. I due, adesso, han preso a fare insieme i saltelli, le flessioni
di gambe, a braccia tese e poi piegate, in un vorticare di lama; di profilo sono di qua e poi di là. Nell’aria, per
incanto, par disegnarsi, d'ombra e luce, il ricamo tenero e feroce insieme dell’assoluto. Ecco, è finito. Atterrano in morbidezza su
una gamba e poi sull’altra. Subito il ragazzo, si mette a piedi pari e in
fretta e furia si inchina e via. Non così il mio maestro che, fermo, ristà, a
schiena diritta, gli occhi chiusi, quel tanto che mi pare in rima con l’infinito
e poi, nel tempo che è il suo tempo, la schiena si piega nel saluto. Batto le
mani e lui, il mio maestro, si gira nel lume di un sorriso. Il dono più bello
di questo sabato mattina…

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