A scuola l’Ottocento,
per me e anche per voi (ci scommetto) era tutto occupato da Manzoni e da
Leopardi. Una barba lessa, decisa – non so mica dir perché – da Francesco De
Sanctis che, dal podio suo di gran critico incoronato, aveva stabilito chi era
grande, e quindi da leggere sui banchi, e chi, invece, no. A me, Manzoni e
Leopardi, beninteso, piacciono, oh bella, eccome, ci mancherebbe altro, sono
glorie tricolori! Del primo, che era conte e suocero di Massimo D’Azeglio,
scrittore anche lui (i suoi ricordi, che belli!) e politico, si leggeva fino a noia i Promessi sposi. Ricordo
- che gioia! - ero Fra’ Cristoforo in quinto ginnasio…; del secondo, a memoria,
ma più a papera, l’Infinito e Il sabato del villaggio. Tutto qui e le Operette
morali, nel dialogo tra il passeggere e il venditore di Almanacchi (che non ho
mai capito ben cos’erano…). Sicché raggiai e stupii quando, grandetta, mi
immersi tutta quanta per i sentieri alpini di un altro Ottocento, detto minore, che non
conoscevo punto se non per cognome in un elenco di “ismi” e di "ure" che somigliavano a tante gabbie per criceti. Avida, onnivora inseguii prima, nei racconti suoi
(bellissimi) Emilio De Marchi e poi, in rapida salita, Luigi Capuana nelle sue “Paesane”
e, subito dopo, nelle “Nuove Paesane”. Furono, per me, quelli, incontri di
delizia nel saliscendi di un italiano, il loro, vivo, colorato, profumato di
verità, croccante di forno, come appena cotto alla brace, che non mi capitava di leggere mai tra gli
scrittori moderni che pure seguivo per dovere, essendo io addetta a far recensioni degli italiani esordienti per un certo quotidiano che allora dormiva il suo
tragico futuro sulla piazza delle Cinque Lune. E mentre mi perdo nei nomi e nei
cognomi del mio Ottocento - nomi che vorrei regalarvi per il fine settimana dell’Immacolata
concezione - mi viene in mente che fui io, proprio io, tra le prime - almeno credo - a recensire, in un colonnino
(ma mi sembra di ricordare che fosse una breve intervista…), “La testa tra le
nuvole”, di Susanna Tamaro. Era un libro di racconti smilzo (delle edizioni
Marsilio) che mi parve ed era perfetto nello stile nudo che andava di moda allora e che si
chiamava, in un altro "ismo" chiuso nel cofanetto suo, minimalismo e veniva dall’America. Doveva ancora, lei, la Susanna, innamorar
Federico Fellini che le dedicò, poco più tardi, se non sbaglio, due pagine
grandi e dense di Repubblica. Dal colonnino mio alla celebrità…

Buon fine settimana Ester, in compagnia della mia stellina
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Venere può sembrare una stella...e una vita scialba a volte può sembrare luminosa se sai che in qualche posto hai un'amica che ti sorride.
Ti abbraccio forte Rita