Mi sono svegliata,
qualche giorno fa, con un cielo rosa che
pareva squagliato nel gelato di fragola, un cielo d’acquarello inglese di
quelli che staresti a rimirarlo mentre i minuti incalzano e i doveri pure, ma
poco male; lassù, placida, d’argento, una falce di luna, ancora sveglia alle
sette o giù di lì, mi ha invitato, nel suo silenzioso richiamo che non so
neppure spiegarmi, a girar gli occhi in su, verso il suo lume acceso e a
ripescar, con la rete della memoria, un’altra
luna che mi fu amica in una notte nera di settembre, quando tutto, nella
vita mia, era ancora chiuso nella conchiglia del futuro. Allora, presto,
calzate gli stivali delle sette leghe, se vi va, e via, a ritroso, nel respiro
di Cala dei Gigli, in una estate della dopostoria, perduta tra tante altre,
tutte uguali. Il destino, stirato, ancora disteso sul divano, doveva ancora
cucire le sue trame addosso a una ragazza bionda che poi sono io. E’ notte, nel
velluto scuro del firmamento, stelle, tante stelle, tante che neppure Ipparco
di Nicea avrebbe potuto contarle. Io, in cima allo stradone dove si parcheggian
le auto, aspetto che arrivi, con la macchina a nolo, Nanni, il mio Nanni, che
oramai non c’è più da almeno cinque anni. Ci sono io, ci sono le stelle e,
laggiù, lontano, nel pozzo nero della baia, il mare che respira. Aspetto e i
minuti passano lenti, come strizzati dall’imbuto di Crono. Aspetto e per
passare il tempo comincio, io pure, a contar le stelle. Fredde, lontane, le
stelle. D’un tratto, mentre la notte continuava a contar le sue ore, e io le
stelle nell’attesa, vidi spuntar laggiù, oltre Tavolara, la luna, una luna
rotonda che sembrava camminar sul mare, su un tappeto srotolato di porporina lucente, in un tintinnar di cembali di fata, regalando a me una benedizione…
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