Da San Giuliano, al
mattino presto, il sole si stiracchiava, allungando i raggi suoi a toccar la terra, e
noialtri, tutti, i piccoli Ponti, vestiti da sci, con la dolcevita di acrilico,
i pantaloni di non so che stoffa dura e lucida, col cavallo sotto la pianta del piede, in giacche a vento color ghiaccio
o rosse sbiadite, gli scarponi neri con i ganci, schiacciati nella Peugeot amaranto di mio
padre, via, sulla strada di tornanti e voltastomaco, che mangiava la montagna,
avvolgendola nelle sue spire d’argento; ci ritrovavamo non più tardi delle nove
sulle piste da sci. Piancavallo, bianca, sguarnita (allora) di case, piatta nel
suo color glassa di torta, ci salutava ancora addormentata, nel su e giù dei
dischi rossi dello skilift ancora deserti di sciatori. Ai miei fratelli non so,
ma io, la testa difesa da una cuffietta color cielo che si allacciava sotto al
mento, venivo affidata, dopo aver preso sci e bacchette a nolo, insieme a
Marco, a un maestro che a me pareva sempre lo stesso, con gli occhiali a specchio e abbronzato come la buccia del Panettone. Gli sci, lunghi
come un’agonia, le bacchette sotto le ascelle, muffole di lana a scaldar (sì,
una parola…) le dita. Il maestro ci insegnava lo spazzaneve, la scaletta, e a
metter gli sci pari per rialzarci nel caso di ruzzoloni. Il peso a monte, a valle: non capivo, improvvisavo... Odiavo il freddo, la
neve, sciare. Sognavo il momento in cui mio padre, in quell’intervallo di gelo
che non era né mattino né pomeriggio e che sembrava fermo, come chiuso in frigorifero, ci radunava, con le guance rosse, nelle
labbra screpolate e via, a serpentina, verso la casa di nonna Stella dove
arrivavamo, stanchi, sul far della sera. Non mi piaceva sciare, tener sulle spalle, in bilico quei rami rossi col naso all'insù. E poi i calzerotti e la fatica a pigiar i ganci degli scarponi e a far svenire in avanti come usava allora gli attacchi degli sci. Non mi
piaceva sciare, così smisi, libera, da grande, di farlo. Ripresi, pochi anni orsono, per
il bene di mio figlio. Mi ritrovai a Dobbiaco, in un freddo che quasi mi addormentava, ed era tutto quanto bianco di
nuovo e io, sulla pista. Andai a noleggiar gli sci. Eran corti corti, buoni per
Frodo e Bilbo Baggins. Sciare, un piacere, nello scodinzolar di quelle tavole
monche e ancora oggi mi chiedo perché a noialtri, piccini, ci davan quelle
palanche che a misurarle bisognava alzare il braccio a toccar le stelle e anche le
punte girate all’insu e che le curve si rifiutavano di farle neppure a offrir loro una cioccolata calda con panna nel rifugio...
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