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| Ride anche Vespasiano... |
In un palazzo color mattone chiaro vive un certo signore,
adorabile com’è squadrato nella sua romanità, che, d’inverno, veste cappelli
borsalino a tesa larga che gli coprono tutt’intorno naso e orecchie al modo di
ombrelli e d’estate, per ripararsi dal sole, un’ allegra paglietta di Firenze
con sul cucuzzolo, giro giro, un nastro di gros grain color pece e peccato. D’inverno,
il lungo pastrano scuro lo rende, nella camminata lenta, come solenne, in
processione. D’estate, in camicia bianca splende nel suo lindore e nell’eleganza
che lo contraddistingue pur essendo pensionato e con poco da fare il giorno
intero.
Nel rione lo conoscono tutti e pure io perché pare, a
guardargli il viso, un figlio dell’antica romanità, come fosse un centurione
sopravvissuto ai secoli e alle tante campagne militari fino al Vallum Adriani,
e come si può non ricordarlo. Il naso un poco ritorno ma ben sistemato tra due
occhi piccoli e intelligenti, un viso rotondo che nasconde ancora qualcosa di
quel che doveva esser regazzino. E tanto ama la sua Roma che, regazzino
appunto, la sua palestra era la Domus
Aurea di Nerone, nella quale, con le corde si calavano in gruppetti, quando le
mamme se ne stavano tranquillamente sulle panchine del Colle Oppio a
chiacchierare. E loro via, per le avventure. E tanto ama la sua Roma che ancora
adesso i sonetti del Belli li sa a memoria e pianti e lai perché non ha trovato
una scuola una che, a Roma, lo volesse come interprete del gran poeta romanesco
che io pure amo, al par di lui.
Io, questo signore qui, lo conosco anche di casa per vie che
non dirò. E oggi ero a casa sua e, tornato dopo la passeggiata, mi ha
raccontato che un “veccherello” l’aveva fermato sul mezzo e gli ha detto: “Monsignò,
che me la dà la benedizione?” “Ma io – gl’ha risposto – guarda che nun so mica
prete, e che c’ho la faccia da prete, io?”
E il vecchierello: “Nun scherzate, monsignò, e dateme sta
benedizzione, che ve costa, annamo”. E a occhi chiusi attendeva il gesto sacro. “Ahah, nun so prete, come te
lo devo da dì - riprende il mio amico - Ma quell’artro gnente, ieratico come n‘somaro
e nun me mollava”. Così, alla fine il segno della croce, il nostro finto prete,
glielo ha dovuto fare. E lo ha fatto anche davanti a me, disegnando con le sue
dita da centurione un segno di Croce a mezz’aria, con gli occhi santi pure
loro. Poi, un sospiro, e infine: “Me pareva de sta drentro ‘n sonetto der Belli
a me puro…”.

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