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sabato 3 febbraio 2018

Come in un sonetto


Ride anche Vespasiano...
In un palazzo color mattone chiaro vive un certo signore, adorabile com’è squadrato nella sua romanità, che, d’inverno, veste cappelli borsalino a tesa larga che gli coprono tutt’intorno naso e orecchie al modo di ombrelli e d’estate, per ripararsi dal sole, un’ allegra paglietta di Firenze con sul cucuzzolo, giro giro, un nastro di gros grain color pece e peccato. D’inverno, il lungo pastrano scuro lo rende, nella camminata lenta, come solenne, in processione. D’estate, in camicia bianca splende nel suo lindore e nell’eleganza che lo contraddistingue pur essendo pensionato e con poco da fare il giorno intero.
Nel rione lo conoscono tutti e pure io perché pare, a guardargli il viso, un figlio dell’antica romanità, come fosse un centurione sopravvissuto ai secoli e alle tante campagne militari fino al Vallum Adriani, e come si può non ricordarlo. Il naso un poco ritorno ma ben sistemato tra due occhi piccoli e intelligenti, un viso rotondo che nasconde ancora qualcosa di quel che doveva esser regazzino. E tanto ama la sua Roma che, regazzino appunto, la sua  palestra era la Domus Aurea di Nerone, nella quale, con le corde si calavano in gruppetti, quando le mamme se ne stavano tranquillamente sulle panchine del Colle Oppio a chiacchierare. E loro via, per le avventure. E tanto ama la sua Roma che ancora adesso i sonetti del Belli li sa a memoria e pianti e lai perché non ha trovato una scuola una che, a Roma, lo volesse come interprete del gran poeta romanesco che io pure amo, al par di lui.
Io, questo signore qui, lo conosco anche di casa per vie che non dirò. E oggi ero a casa sua e, tornato dopo la passeggiata, mi ha raccontato che un “veccherello” l’aveva fermato sul mezzo e gli ha detto: “Monsignò, che me la dà la benedizione?” “Ma io – gl’ha risposto – guarda che nun so mica prete, e che c’ho la faccia da prete, io?”

E il vecchierello: “Nun scherzate, monsignò, e dateme sta benedizzione, che ve costa, annamo”. E a occhi chiusi attendeva  il gesto sacro. “Ahah, nun so prete, come te lo devo da dì - riprende il mio amico - Ma quell’artro gnente, ieratico come n‘somaro e nun me mollava”. Così, alla fine il segno della croce, il nostro finto prete, glielo ha dovuto fare. E lo ha fatto anche davanti a me, disegnando con le sue dita da centurione un segno di Croce a mezz’aria, con gli occhi santi pure loro. Poi, un sospiro, e infine: “Me pareva de sta drentro ‘n sonetto der Belli a me puro…”. 

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