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lunedì 26 febbraio 2018

Tiro al piattello


Ecco i bennitop, piccoli topi giocattolo per micetti curiosi. Purtroppo domenica non potrò essere al Car Boot Market e così, dai, ci vediamo in aprile, sempre al Testaccio
Nel mondo liquido in cui siamo immersi come in un minestrone che sobbolle, dove le differenze sono sfumate, dove non ci sono più classi sociali né appartenenze, dove, come direbbe Platone, si aggirano, sospettosi, tanti paguri umani, con ego corazzati, pronti a sobbalzare in urlo per quanto ritengono ingiustizia ed è mera vita e croce, io brindo alle vecchie signore di un tempo, quelle che, ancora oggi (ma sono poche) sanno apparecchiare la tavola con gusto, conoscono il linguaggio segreto dei fiori, sanno dire in che giorno si festeggia la Candelora e in quale il Corpus Domini. Esse sono rare, oramai, come la figurina che mancava sempre per completare l’album, ai tempi miei dei “cellò, mimanca” mentre i mazzetti passavano da una mano all’altra, e le “figu” in vetrina…
Due di queste signore qui io le conosco bene e non dico perché; una delle due ora è andata via, con le valigie vuote, come si va in cielo, l’altra è qui e sente che il suo terreno è sempre più piccino, divorato com’è dai tempi nuovi e nel ricordare l’altra, che non c’è più, mi ha regalato un rettangolino ritagliato di vita loro. Era una mattina di poco tempo fa, con l’altra viva che invitava, per una “colazione” (perché in quel mondo lì, il pranzo non esiste, ci sono soltanto la prima colazione e la colazione vera e propria che è il pranzo). La seconda alla prima: “Ma che bella tavola ci hai apparecchiato!”. E l’altra, bisbigliandole nell’orecchio, come in complotto carbonaro: “Sì, pensa che ho 37 servizi di piatti”. La seconda, anche lei, proprietaria di molti piatti, in allegria, con quel fare che ha in ironia di gioco, le fa: “Allora, organizza un torneo di tiro al piattello. Prima i Meissen, poi i Richard Ginori, i Leroy Merlin e via così fino all’ultimo piattino della frutta”. Una risata e la colazione può cominciare e se si rompe un piatto poco male!



Sotto la neve di Roma

Bianca, sotto un lenzuolo di gelidi fiocchi, Roma si è svegliata nel silenzio della neve. Il candido mantello copre il cicalare degli uomini, le risse, gli attacchi, i vaffa-day. Cala un sipario divino sul frastuono degli uomini, un elegante, misterioso stupore si infila tra le stradicciole del centro dove la neve, croccante, fa danzare i passi silenti dei pochi passanti. Piccoli bimbi, felici, raccolgono palle di neve ed estasiati le lanciano a terra, dove altra neve si spande. Le macchine pulite, come purificate nel febbraio quaresimale rinascono da sotto la loro copertina di immacolato candore.
Nelle immagini televisive, di repertorio, con i giornalisti a fiato mozzo, eccitati come se fossero sbarcati gli alieni, ho visto che in fondo a Via della Conciliazione è sparito San Pietro, il Cupolone non si vede più: un segno, lo interpreto io, che ben racconta come la cattedra del pescatore sia assente nel combattimento che, invisibile, si svolge nel mondo. Un Papa nascosto, e un vescovo di Roma che, inelegante nei suoi abiti papali (gli consiglierei, con tutto il rispetto del caso e sommessamente, di cambiare sarto…) dice quello che gli salta per la testa, twitta, cicaleccia, dice e non dice, afferma, ritratta, si scusa, in relativo non so (come non è chi vive nella grazia dei sette doni)  come se non fosse il nostro dolce Cristo in terra, ma solo un uomo dalle scarpe vecchie… E a lui ricordo che a Roma, tanto tempo fa, per dire che una cosa era chiara, limpida e recoaro, si diceva: papale papale.  Ma forse sono fuori moda.

Cade questa neve di purificazione su San Pietro, indicando la via. Orante, nel silenzio di tutti i silenzi che è raccolto in fondo all’anima mia (e di tutti), mi perdo nel bianco e serena attendo che la primavera – e più non aggiungo – dia i suoi dolci frutti…

domenica 25 febbraio 2018

Estate a Cala Girgolu

Io, bambina, passavo le vacanze estive - tre lunghi mesi di vento e spuma di mare – a Cala Girgolu, la cala dei gigli bianchi che nascevano (e crescono ancora), poggiati come nel miracolo della vita nascente, sul retro spiaggia. Erano lunghi giorni, i miei (e anche quelli di tuti i fratelli) senza televisione né telefono, in una solitudine beata, d’anima accesa, nel nulla che diventava tutto, ogni ora un lume, ogni minuto salso, il mio piccolo paradiso. Leggevo molto e  nei libri che mi accompagnavano (“Marigold la bimba dal cuore esultante”, di Lucy Maud Montgomery, soprattutto) trovavo un pezzettino di me raccontato da altri. Crescendo è questo che ho sempre cercato – e trovato – nei libri, molti, di scrittrici che sono state e sono mie sorelle d’anima. Io, tutto il giorno sulla spiaggia; non così la mia amica del cuore di allora, Silvia, che, abitava a due passi da casa mia, in una bomboniera bianca, circondata dai rovi della macchia mediterranea.
Lei, no. Lei – quanto la invidiavo, allora – ogni tanto mi salutava e partiva. Per una settimana, a Pievepelago in non so quale centro estivo dove indossava un magnifico cappellino rosso a becco di papero e dormiva in camerate lunghe così. La vedevo, come fosse madeleine, in un lettino bianco, al risveglio, tra tante amiche… Non era affatto così, ma lei non me lo diceva…

Poi, con i suoi genitori, partiva per l’Africa o per la Grecia. “Vado in Tunisia…”, mi diceva, come levitando e lasciandomi con un palmo di naso. E io che neppure sapevo dove fosse questa Tunisia, sospiravo disegnandomi un quadretto perfetto di armonia e bellezza chiamato, appunto, Tunisia. Il quadretto mio si fece realtà quando la Silvia, tornata dalla Tunisia, mi portò in regalo una rosa del deserto. Era bella, quella rosa, che pure non era una rosa, bella nel suo color caramello, in onde di petali di sabbia fermate dalla cola invisibile del tempo. La ebbi per anni e poi chissà. Ma qualche giorno fa, in un negozietto proprio a capo di Via del Boschetto, un buchetto che vende libri e cianfrusaglie ne ho vista una, di rosa del deserto, in vetrina: un piccolo dono dalla mia Tunisia immaginaria…

mercoledì 21 febbraio 2018

Il Papa Re

Rose rosse nel deserto, bennibag. Ci vediamo al Car BOot Market di Testaccio il 4 marzo!
Tra i rifugi miei, dell’anima, conto sicuramente Villa Aldobrandini che fa come da tetto a Via Nazionale e si apre come un terrazzo sul Largo di Magnanapoli e, dalla ringhiera che domina la piazzuola, la vista si allarga sui Mercati di Traiano prima e poi sulla bella colonna intitolata all’imperatore spagnolo, conquistatore della Dacia, e che ora su, nel colmo, non c'è più, in veste di Pontifex Maximus (come aveva voluto Augusto per i suoi successori). Sisto V, infatti, (sempre lui, il grande Papa urbanista) tolse – e fuse – la statua del grande imperatore, mettendoci al posto il primo Pontefice cristiano, cioè San Pietro, con barba e chiavi e che i turisti, ignari, quasi non riconoscono…

Io, a Villa Aldobrandini, ci andavo quando il figliolino era in fasce e lui dormiva beato, tra i merli che saltellavano i passeri in festante pigolio e io, sola, beata, mi leggevo (e davvero mi sono letta) quasi tutta la Recherche di Proust che mi dava il capogiro della bellezza nel periodare elegante in bilico tra memoria e vita quotidiana. Ci andavo allora ed era, appunto, viva. Ci vado adesso e pare morta e stenta, nell’abbandono suo che, desolato, par chiamarmi a ricordarmi dei tempi andati che erano certo migliori. Le foglie secche, abbandonate all’intorno, in distratta sciatteria, aranci sbudellati, corolle di palme mezze rinsecchite e buttate al vento. Sulle radure non un filo d’erba e figuriamoci se la primavera vuol disegnarci su pratoline  notiscordardime. Non merli in allegro zampettare, ma sibili e fischi dei pappagalli che hanno spodestato gli antichi abitanti e che, in volo radente, gracchiano la loro onnipotenza. Ecco, il quadro in cui mi sono trovata, ieri, mentre cercavo di ritrovar rotonda la mia quiete. E ho guardato Vittorio Emanuele II a cavallo laggiù a Piazza Venezia e ho pensato - sì, caro il mio conquistator sabaudo - lo ammetto, ho pensato (un po' per scherzo e un poco per davvero nella malinconica sciatteria che avvolge la Città Eterna) che per Roma, per la mia bella Roma di basiliche, orti e ville, rovine era meglio il Papa Re (che poi Re non è mai stato poiché è, in verità, solamente e soltanto Servus servorum…) 

venerdì 16 febbraio 2018

giochi, gatti e topolini

http://it.artesanum.com/artigianato-bennitopolino-93450.html
In un arioso appartamento al piano tal dei tali in una delle più belle vie del Rione Monti abita una  famiglia in cui tutti sono, quanto ad altezza, un po’ come le Dolomiti vicine agli Appennini.  In quella casa, vivono due gatti. Uno dei due, una gattina grigia, è molto curiosa e assai vivace. Appena la porta si apre a rivelarmi, eccola, a coda ritta, a strusciarmi sui polpacci e quando mi siedo in cucina a bere il caffè, lei  saltella dal tavolo al frigorifero e mi fa da piuma sulle gambe. L’altro gatto, color panna, è invece un lenzuolo e un enigma. Indolente, distante, egizio in tutta la lunghezza, se ne rimane nei cantoni bui suoi e non emerge dal suo mistero.

Per questi due signori gatti, ho cucito, con un bioccolo di lana da ripieno di cuscino,  un topolino bianco fatto di nulla. Gli ho fatto due orecchiette rosa, un musetto nero, una codina bianca e l’ho attaccato, da sotto la pancia, a un filo per farlo correre in tutta libertà. All'aprir dell'uscio, la gattina tutta uno sbuffo e un rincorrerlo, a zampette matte. Del bianco, nulla...
D’un tratto, da dietro un angolo, chiamato da chissà cosa e ingolosito, sbuca il bianco mistero peloso, che, secondo me, fermo se ne starebbe anche in pieno terremoto. E anche lui, a saltar dietro al topolino... Esco, vado via, in gioco di gatto mentre con la coda dell'occhio vedo che uno dei ragazzi, che è già all'università, insignoritosi del topo, lo fa andar su e giù all'aria, a mo' di esca per i due gatti saltatori...

martedì 13 febbraio 2018

A San Carlino

Io, da piccola...


Attraversata la Via Nazionale dove sfrecciano le auto lì dove prima verdeggiava, in serena bellezza. la magnifica Villa Ludovisi (che incantò anche Matilde Serao, venuta da Napoli a Roma), percorro a passo svelto i giardini di Sant’Andrea, dove mio figlio e tanti altri figli sono cresciuti, tra il gran roccione con il suo bel canale tutto intorno, la fontanella zampillante e la colonia di gatti su in cima (che ora non c’è più). Eccomi al crocicchio delle Quattro Fontane dove comincia la via Sistina intitolata al grande Papa francescano Sisto V, che disegnò a modo suo la Roma sua che è poi diventata nostra. Spicca tra le quattro fontane quella di Sisto: mollemente riposa in dolce crepuscolo una morbida fanciulla, in mano delle pere, le pere che sono il simbolo del Pontefice che di cognome faceva Peretti…
E prima di proseguire per dove devo andare mi fermo nella bella chiesina di San Carlino al Quirinale che è un capolavoro vero del Borromini e dove io mi fermo, appena posso, per pregare in una certa cappella il cui profondo, per me, significato, tengo cucito al cuore. E dunque eccomi lì, da sola a sola con chi so io e nella gioia tutta quanta ritrovata del cuore che si immerge nella verità. Eccomi, ma che cos’è questo vociare scomposto? Parlano, gruppi e persone, come fossero al mercato o in un salotto. Parlano, incuranti, nella sciatteria che oramai percorre la Chiesa e che mi fa soffrire. Parlano, ridono, scherzano. Alcuni, li vedo di sguincio dal mio rifugio pestano sul cellulare, come sospesi in un mondo che non è neppure il mondo. Ad alcuni ho chiesto, per piacere, un poco di silenzio, e questi, oramai perduti nella svagata inconsapevolezza, mi hanno domandato scusa. A me? Ma non è a me che devono chiedere scusa… Ma loro che cosa ne sanno. E trinitari (perché la Chiesa è casa dei trinitari, fondati da San Giovanni de Matha che presentò Francesco, San Francesco, a Innocenzo III…)? Quello a cui chiedo lumi, mi risponde che bisogna inginocchiarsi all’architettura. Sospiro e in una frase che mi ripeto nel silenzio del cuore, riprendo la mia strada.  


sabato 10 febbraio 2018

Quante parole


Piccola, chissà dove sei...
Di notte, sotto la luna che splende come una bella moneta in cielo, la primavera, danzando sulle punte nelle sue belle scarpette rosa, ha seminato i celesti nontiscordardime nei piccoli prati cittadini. Io li ho visti, teneri, azzurri, punteggiare una aiuola piccina che è rotonda in una trafficata strada alle spalle della Piramide. Li ho visti , tremuli, timidi, forti, essi mi hanno chiamato nel mistero loro che è anche il mio. Li ho visti e nessuno li vedeva, tutti presi dalle cure quotidiane. La vita silente, la vera vita, nel fiume che trascorre e che ci trascorre è silente, non urla, non fa notizia come i vestiti della Hunziker a San Remo. Essa, più forte di ogni umana forza, divina com’è nella verità che la radica e che l’anima, sempre uguale risplende per chi ha gli occhi dell’anima aperti, per chi sa guardare oltre ciò che appare e in quell’incanto di pietra costruire la sua vita.
A tutto questo pensavo mentre, accompagnando una persona anziana che mi è cara, andavo a fare la spesa in un certo supermercato che, appunto, è una Conad e si trova alle spalle della Piramide Cestia. Pensavo ai piccoli fiori color cielo mentre, con la mia amica, caricavo questo e quello nel carrello che si riempiva piano piano al trabocco. Lei non la finiva di parlare e commentava ogni prodotto come stanca del silenzio suo quotidiano. Io, a ogni sua frase, annuivo, tutta quanta nei miei pensieri di prima. E Mentre il colloquio durava fatica a partire e il carrello si riempiva, come la mia anima delle sue parole, ecco il pensiero mio volare a un amico che quando chiama sua madre, che per ogni parola ne usa una quindicina di superflue e tutte in più con riporto di tre, mette in viva voce il cellulare, si fa i casi suoi e ogni tanto, tra le frasi di lei, interpone un “certo”, un “senz’altro”, una cosa così per farla contenta e contenere come il carrello i prodotti, la sua angoscia di fronte al mistero… Sì, quante parole inutili.












mercoledì 7 febbraio 2018

Mercatino domenicale


Io, a Creta, con la mia prima bennibag...
Domenica al mattino presto presto, quando l’aria è ancora croccante e profumata, quando la città ancora dorme dopo la movida del sabato sera, io, che mi sveglio al sorgere del sole, ero -tutta piena di fagotti - ad aspettar Giampiero sul marciapiedi tal dei tali del Rione mio. Eccoci, pochi minuti dopo al Bar Brasile, in tempo per un caffè del buongiorno e poi, via, lisci, verso il mattatoio al Testaccio dove, la seconda e la quarta domenica del mese, un rettangolo di verde, proprio sotto al monte dei cocci, baciato dal sole dell’oriente, si apparecchia di tavoli che a loro volta si ricoprono di cose, cosette e cosettine, in vendita per quanti, magari dopo una pattinata sul ghiaccio (sì, sì, c’è anche una pista di ghiaccio che solo a guardarla vien freddo alle ossa…) e un pranzetto al ristorante biologico e poi una spesetta dal verduraio che vende solo verdure dell’orto, hanno voglia di passeggiar tra tante offerte e capare, nella scelta, questo o quello al ghiribizzo proprio e loro. E' il Car Boot Market, per chi non lo sapesse...http://www.carbootmarket.it/

Io, con Giampiero, tra libri e bennibags. Vicina, diciamo così di casa, sulla destra, c’è Gemma che vende in sacro vincolo d’affetto, le cose della suocera e tutto il ricavato lo regala ai cani sfortunati, che ama. A sinistra, Franco, che era musicista e ora s’inventa ogni giorno il pane e il companatico. In mezzo, noialtri. Libri pochi, ma bennibags ne ho vendute assai e un poco mi ha colpito perché mi pareva che ogni cliente - e tutte sorridenti - trovasse, tra le molte, quella che era stata tagliata e cucita, nel mistero, proprio per lei e per lei soltanto… Le ore han fatto il gioco dell'acchiapparella e, nel felice dopopranzo, in un tappeto di nuvole in cielo che davan ombra e preparavano al riposo, smontiamo tutto e via, a casa, a trascorrere una serata dolce, nella tranquillità del dopocena…

sabato 3 febbraio 2018

Come in un sonetto


Ride anche Vespasiano...
In un palazzo color mattone chiaro vive un certo signore, adorabile com’è squadrato nella sua romanità, che, d’inverno, veste cappelli borsalino a tesa larga che gli coprono tutt’intorno naso e orecchie al modo di ombrelli e d’estate, per ripararsi dal sole, un’ allegra paglietta di Firenze con sul cucuzzolo, giro giro, un nastro di gros grain color pece e peccato. D’inverno, il lungo pastrano scuro lo rende, nella camminata lenta, come solenne, in processione. D’estate, in camicia bianca splende nel suo lindore e nell’eleganza che lo contraddistingue pur essendo pensionato e con poco da fare il giorno intero.
Nel rione lo conoscono tutti e pure io perché pare, a guardargli il viso, un figlio dell’antica romanità, come fosse un centurione sopravvissuto ai secoli e alle tante campagne militari fino al Vallum Adriani, e come si può non ricordarlo. Il naso un poco ritorno ma ben sistemato tra due occhi piccoli e intelligenti, un viso rotondo che nasconde ancora qualcosa di quel che doveva esser regazzino. E tanto ama la sua Roma che, regazzino appunto, la sua  palestra era la Domus Aurea di Nerone, nella quale, con le corde si calavano in gruppetti, quando le mamme se ne stavano tranquillamente sulle panchine del Colle Oppio a chiacchierare. E loro via, per le avventure. E tanto ama la sua Roma che ancora adesso i sonetti del Belli li sa a memoria e pianti e lai perché non ha trovato una scuola una che, a Roma, lo volesse come interprete del gran poeta romanesco che io pure amo, al par di lui.
Io, questo signore qui, lo conosco anche di casa per vie che non dirò. E oggi ero a casa sua e, tornato dopo la passeggiata, mi ha raccontato che un “veccherello” l’aveva fermato sul mezzo e gli ha detto: “Monsignò, che me la dà la benedizione?” “Ma io – gl’ha risposto – guarda che nun so mica prete, e che c’ho la faccia da prete, io?”

E il vecchierello: “Nun scherzate, monsignò, e dateme sta benedizzione, che ve costa, annamo”. E a occhi chiusi attendeva  il gesto sacro. “Ahah, nun so prete, come te lo devo da dì - riprende il mio amico - Ma quell’artro gnente, ieratico come n‘somaro e nun me mollava”. Così, alla fine il segno della croce, il nostro finto prete, glielo ha dovuto fare. E lo ha fatto anche davanti a me, disegnando con le sue dita da centurione un segno di Croce a mezz’aria, con gli occhi santi pure loro. Poi, un sospiro, e infine: “Me pareva de sta drentro ‘n sonetto der Belli a me puro…”. 

giovedì 1 febbraio 2018

Vita (bella) nel Medio Evo

In questa nostra Italia come soffocata dal gelo della mancanza di speranza, nel mio bel paesino sabino oramai deserto di bambini e popolato di misteriosi gatti randagi, con gli occhi egiziani, bistrati di mistero, io, attonita, osservo ciò che mi appare voragine e fine e che, agli occhi ciechi dei più, sembra normale e buono e anche giusto e divertente persino. Taccio, io, nel mio isolato mondo santo, ovverosia diviso, vivendo io (con difficoltà) nel mondo pur non appartenendogli punto. Taccio e guardo le immagini del mondo al rovescio commentate da quanti non desiderano il bene degli uomini, pur dichiarando solennemente di volerlo e nel loro sberleffo segreto, nella smorfia nascosta dietro alla veste bianca, io sento che il gelo mi morde le dita, le mani e poi anche il cuore. Nelle loro parole, sento, sola – mi pare - l’abisso. Ma parlare non posso più perché è nel silenzio mio orante che parlo. E’ lì, ai piedi della verità e della vita, che spendo la mia voce, nella preghiera che tutto chiede per il mondo e per gli uomini perduti nella loro superbia.
Sicché, qui la finisco e per non stare in questo mondo di oggi, eccomi fare un balzo nel passato e vivere, in anima, nel Medioevo che non fu affatto tempo di buio e di tenebre. Tutt’altro. Furono anni di santità e di grandi capolavori, anni divini, pur nello sconvolgimento e nella violenza che allora erano pane e vino quotidiani. E’ appena uscito, e lo narra il Medio Evo, un bel libro di Chiara Frugoni, professoressa, dal bel titolo “Vivere nel Medio Evo”, ricco di immagini colorate che fanno vivere e palpitare quei giorni lontani. Io, invece, ho preso con il mio e-book un magnifico libro che si intitola “Vita nel Medioevo”, di Eileen Power e ora mi pare di conoscere bene, la buffa priora Eglantyne raccontata dal Geoffrey Chaucer nelle sue magnifiche “Canterbury tales”, che incontrai ragazza, col suo bel motto ovidiamo "Amor vincit omnia" e che allora non capii perché  non mi sembrò una donna in carne e ossa e abito com’è ora per me, più viva lei di tanti che osservo in metropolitana con l’occhio vitreo al cellulare…
Indimenticato Gaber...