Giovane giovane, ancora fresca di Mater Dei, con la
voglia di lavorare che avevo allora e pronta, quindi, a saltar su ogni
destriero, come facevo senza tanti complimenti, mi ritrovai a fare da interprete, per una giornalista del
Radiocorriere, a Gabriel Byrne che è attore anche adesso e irlandese anche
adesso, e anche persona di cuore. Non so se lo avete presente: gli occhi liquidi,
affacciati su Dùn Laoghaire (leggi danliri), i capelli castani in un niente di
ché, il naso importante, la bocca sottile. Vabbè. Allora, in un film (mi pare per la televisione) era
Cristoforo Colombo e la signora del Radiocorriere doveva far sugo dal poco e
siccome l’inglese non lo masticava aveva bisogno di me. Con lui, fu delizia di
chiacchiere al sapore di verde d’Irlanda (che non sapeva, non lui, di me che
ero stata, e più volte a Dublino, nella casa delle fate di Edna e anche al
Dublin Horse show…). Parlammo a lungo, lui e io, e quasi, in salotto,
dimentichi della giornalista che, a volte, mi pungolava: “Traduci, traduci,
Ester, traduci!”. Meschina, non tutto potevo tradurre! Le spiegai che Gabriel
Byrne era stato ed era insegnante di gaelico, che era attore per caso, che
amava l’Italia. Non le dissi, però, che mi chiese, per scherzo, se poteva lui
intervistare me. Di quel bel pomeriggio, nel sole d’inverno, serbo, gelosa, una
fotografia. Siamo io e lui e, tra noi, un libro grande e grosso, intitolato “Cristoforo
Colombo” delle edizioni Eri. La dedica, però, non ve la scrivo e, se
permettete, la tengo per me…

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