Con la Nanda Pivano, io
ancora ragazza col sogno di fare la scrittrice nascosto dietro al sorriso
biondo, mangiavamo sotto una pergola in un ristorante di Trastevere dove, a
volte, ci raggiungevano questo e quella, nomi noti (chi di più chi meno), ma di cui non voglio
punto parlare ché andrei fuori tema e non diritta alla meta come desidero.
Una volta, a tavola, arrivò una
giornalista alta pochino e un chiodo nelle forme, con due occhi color verde
bosco che si facevano più grandi e vivi quando parlava di libri e letteratura.
Aveva conosciuto, lei beata, Elsa Morante e, dunque, figuratevi io, in
adorazione come davanti a una madonnella di Pompei… La ascoltavo parlare e
vedevo farsi bambino Arturo sulla sua isola di Procida ed Elisa nella
solitudine di Menzogna e Sortilegio. Solo Aracoeli mancava. E, pur volendolo,
non le chiesi da dove avesse preso quel nome, così bello, per raccontarlo nell’ultimo
suo libro (triste, leopardiano, della gran rinuncia alla speranza).
Non lo feci allora, pur
volendolo. Ma il destino ha le sue capricciose strade e ci guida e oggi io so
perché si chiama Aracoeli e non Maria quell’ultima protagonista dell’Elsa. E, in
un bisbiglio all’orecchio, voglio dirvelo il perché. Araceli (credo senza il dittongo alla latina), si chiamava
Araceli, la sorella di Maria Zambrano, che fu amica dell’Elsa in un’antica Roma
anni Cinquanta, quando Pasolini e Moravia e la Morante, si trovavano al Caffé
Rosati e Roma rinasceva un’altra volta nella protostoria della rinata primavera e
c’era anche Maria (che amo) e forse Cristina Campo (che mi è quasi sorella), e
la sorella di Maria: Araceli. Posso ben dirmelo, dunque, e sia: Araceli!
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| Bennibag, nel vento di Medusa |

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