Di chiesa in chiesa, quando
il tempo è vuoto d’impegni quotidiani, vado girando per la città che è la mia
Roma amata. Di chiesa in chiesa, ad ammirare le piccole e le grandi e quelle
dove mi capita di incontrar le spose, tutte belle, nella loro nuvola di tulle,
tra i fiori bianchi della speranza, e quelle, infine, che a volte sono chiuse e
paiono piangere di solitudine a me che le consolo. Di chiesa in chiesa,
appunto. E qualche giorno fa, mi pare fosse domenica, durante una lunga
passeggiata con un’amica che ho scelto, forse, tra tante perché porta il nome
di un’altra che mi fu molto, molto cara ai tempi della mia infanzia a Cala dei
Gigli, mi sono ritrovata a Santo Stefano Rotondo.
Nella quiete del Celio,
seduta di fronte alla villa Celimontana, dorme questa chiesa rotonda, perfetta
nel suo candido lucore; oh, non mi va punto di parlar aulico e curiale, ma vi
posso dire che, entrata lì, ero con un dito in cielo, nella geometria perfetta
del cosmo antico, calpestato dalla modernità che corre. E tutt’intorno al
rotondo della chiesa correvano gli affreschi del Pomarancio. “Andiamo”, mi fa l’amica
Bea. Ubbidisco e, giù dal paradiso, all’inferno nella descrizione sanguinosa, tradotta in capolavoro, dei martiri di Dio. Tutto un florilegio di orrendezze, chi mangiato dagli orsi,
chi abbrustolito, chi crocifisso a testa in giù, chi cucinato nell’olio
bollente. E c’era San Sebastiano trafitto dalle frecce e la Lucia con gli occhi
bianchi. E d’un tratto, nello scorrer del sangue spirituale, ho
pensato a certe pubblicità che fanno oggigiorno, in tv, per cavarci un soldo in sms.
Ci mostrano bimbi affamati e cani schiacciati dalle auto in corsa. E noi, dai a
pigiar sul touch screen del cellulare. Martiri, cioè testimoni, cioè
testimonial
…
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