Per certi motivi che
preferisco tener cuciti nel segreto e che sono sciacquati – ohimè - nel salso
delle noie, devo recarmi nella casa dove sono nata la quale, bianca, siede nel bel mezzo di un
giardino di smeraldo e incanto che è stato ed è l’unica cosa cara che mi è
rimasta laggiù. Non la mia camera, che non mi apparteneva allora e figuriamoci oggi. Di quegli antichi
giorni, ricordo le corse in bicicletta tra gli spinosi acanti e quelle, sulle
zampe, tra l’erba alta del pratone che, ora, però è pelato e tanto triste,
nella sua composta eleganza inglese, che mi pare un Golgota rivestito d’un
tappeto verde malinconia…
Ieri, dunque, eccomi nel mio
macinino bianco, sotto un cielo di naftalina in una Roma in attesa di saper chi
sarà il suo nuovo sindaco. Eccomi, brum brum, in un tic tac sono nel vialetto,
l’auto spenta e già la chiave è nella toppa del cancello amaranto che divide il
mio cuore di smeraldo dal mondo. Entro e lo sguardo, com’è uso fare, abbraccia
la delizia del velluto del praticello e gli ulivi d’argento che si tengono per
mano a far da bordo al campo fino a saltare in braccio al cipresso solitario,
alto, in solenne cipiglio, che chiude la fila. In silenzio, accompagnata solo dalla
mia silente preghiera, mi avvio per la mia strada lungo lo stradone di terra
battuta e, d’un tratto, esplode sul mio capo a mezz’aria, il cinguettar dei
passeretti in festa. Dicono, anzi cantano in gloria, in fischi e zufoli: “Benvenuta
Ester, siam qui, sorridi, sei tornata, sei qui”. E, pettegoli, incuranti del mio
muso, seguitano nelle allegre strofe loro e , dopo un tic e tac, io, azzurra, con loro, in
dolce conversare, dimentica delle cose di quaggiù. Nel cantico dei cantici...

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