C’è in un certo angolino di
Sydney, lì dove il mare del golfo è pallida lontananza, nello scintillar d’oro
delle fatine del sole che danzano leggere sull’acqua; c’è, dicevo, una casetta
in cui vive, da sola, la mia June che mi fu madre vera per tre anni e poi più
nulla. La sua piccola casa dorme ai piedi della villa grande dove abita il
fratello maggiore, con moglie e figli e figli dei figli. In questa dimensione
comunitaria, baciata dall’affetto famigliare, June interpreta la parte eterna della
vecchia zia non sposata, per non dir zitella, che tutti amano . e perché no? – e
anche perché è da lei che, spesso, si riunisce il focolare, intorno al desco.
Tra i figli dei figli, che per lei sono tutti nipotini amatissimi, immaginate
un piccolino di quattr’anni e poco più
di nome John. E andiamo avanti con la storia.
Immaginate, dunque, John,
solo, perduto nel giardino che si intrufola in casa della zia, uscita, ignara, a
fare la spesa. Torna, la June, per trovare in casa una pista di sedie allineate
e tavolini e tutti i bicchieri a terra in ordine sparso, in ordine bambino.
Lui, John, seduto a terra, tra le briciole a mangiare a gran manciate cereali
al cioccolato… Rise le June, abbracciandolo, come facemmo noi, anni e anni fa,
quando una nipotina, indicando uno scarabocchio riccioluto, aggrovigliato, garibaldino, fatto da lei sul muro, disse, in un olandese da mulino a vento, frutto di un pomeriggio passato con una zia di Amsterdam, disse, dicevo, Fan Hoh! Che tradotto per noi significa Van Gogh...

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