Ieri, mentre cucivo una
bennibag invernale (indecisa ancora se partecipare o no, in ottobre, a un mercatino dall’aroma
mediorientale, nei cammelli immaginari delle sue ideatrici e voi che ne dite?),
ecco bussare alla porta della mia memoria, fresca, come nuova, negli occhi di
gatto furbo che ci guardavano da dietro le lenti, nientemeno che Sister St Paul
e mi pareva ritornata, viva, per rimproverarmi, corrucciata perché non avevo,
come quando ero ragazzina, la coda di cavallo o la treccia, a raccogliere le
chiome nel mio concentrato mestiere: “Tu co quei capeli ne li ochi!”, diceva
ora come allora e tirava fuori dalla saccocia dell’abito (che, come tutte le
sister dell’Istituto Mater Dei aveva chiacchierino di tintinnii, ciurli e
mistero) una manciata di elastici gialli, da pacco, che diventavano persecutori
nostri, quando, tornate a casa, tentavamo di liberare la capigliatura senza pensare
che sarebbe bastato un paio di forbici…
Era lei, era proprio Sister
Saint Paul e, dopo averla salutata come facevo allora, con l’inchinetto - il
piede sinistro a far cucu dietro al polpaccio e giù e su e via e su di
nuovo - mentre immersa nel sopraggitto e nell’impuntura, seguitavo in allegria
il ritmo dei miei punti, ridendo tutta in me, mi è tornata in mente Sister
Saint Paul che, reggendo la sottana, faceva a due a due i gradini della spirale
in marmo che era la spina dorsale del Mater Dei, a inseguir una di noi, che di
nome faceva Maria Serena, brandendo nientemeno che un metro in legno, di
quelli che s’usan per misurar le stoffe, che io ho ora posato sul letto, e che
lei utilizzava al modo di minaccia per cacciare il sugo delle buone maniere in
testa alla piccola Maria Serena...

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