Il mondo, con le sue sirene,
pallidi riflessi, beninteso, delle vere stelle lassù, ci chiama. Lo fa, nella
voce che ci sveglia, chiamandoci, magari, dalle lontananze poetiche di un
passato remoto che ritorna vivo, nell’eco del silenzio in corsa della nostra
anima. Lo fa, in giri e labirinti che solo lui, sciacquato nella verità, come
non siam più noialtri, conosce e che noi, distratti, tutti presi dai vani progetti
del nostro piccolo ego bambino, non sappiamo né vedere, né apprezzare, né amare
in danza. La paura è signora delle anime vili e le occasioni, dee invecchiate,
si vestono, nel domani che non torna indietro, di nostalgia.
Il mondo incarnato, che è
dono tutto quanto, ci chiama, senza lusinghe, nella verità; a volte, dell’incontro
semplice di due anime che sanno parlarsi, nella luce, senza gli abiti di scena.
Sono attimi di immenso, doni divini che sono dati a tutti noi, se solo
sapessimo scendere dal palco…
E mentre scrivo tutto
questo, in quel mio modo che ad alcuni piace e ad altri no (ma non ci posso
fare nulla…) mi pare di ritrovare là nel cantuccio del mio spirito due occhi
neri che, ieri, mi han chiamato a voce alta tra la folla; mi han chiamato, come
la glaucopide Atena chiamò Ulisse sulla spiaggia di Itaca. Mi han chiamato e, in quel semplice riconoscermi, mi han fatto (ignari loro) un regalo grande nella ritrovata (mia) felicità.
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| Scendevo, in questa foto, nella pancia di Istambul, dove avrei incontrato la mia Medusa. Allora non sapevo, ignara io pure, l'arcana meraviglia di quell'incontro nell'ipogeo del mondo... |

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