Trema il crepuscolo d’azzurro
balugine, tra i rami neri, giapponesi nell’armonia celeste, dei pini perduti, solitari nel gran pratone di
verde velluto della villa romana. Io cammino, tornata bambina, in quella casa
stregata, di giardini e terrazzi, dove tutto è passato, dove il presente
sonnecchia e sbadiglia e dove il futuro in divisa pare in catene chiuso a
chiave com’è nella stanza di perenne vergine sposa di Miss Havisham… Cammino,
respirando il passato odoroso dei miei anni verdi quando, Ponti e Salini, si
fuggiva a grappolo, nel terrore di schianto della banda della cicatrice. Giù,
il cuore a battere nella strozza, a perdifiato, giù dal terrapieno degli acanti
romani, a batter con suole di sandali con gli occhiali sui ciottoli chiari dell’ingresso,
difeso da una enigmatica statua acefala in stile ellenistico, e poi, inghiottiti nella
bocca calda della porta di casa. Eran lampi, eran schianti, eran giorni spavaldi, di coraggio e di fiato. Giorni
bambini a sognare un futuro. Io, già allora, volevo giocar con le parole ed
esser scrittrice. Vivian non so. Lei e io cercavamo tesori, scavando buche,
lungo lo stradone in terra battuta che terminava nel ricamo color terracotta
della cancellata che divideva noialtri dal mondo in mutamento, il nostro qui di
focolare di Vesta, sempre acceso, dal lì, dove le automobili rotolavano, in un
pazzo su e giù, lungo il Viale di Marco Polo…
I tesori eran
sottoterra e lì li cercavamo, Vivian e io. “Oh tu che cosa compreresti?” “Io,
la Furga castana”. “Quella alta?” “Sì, sì, sì”. Tre volte sì come Pietro al contrario. “Io, invece, mi comprerei il
Dolce Forno”. Siam lì che scaviamo, Vivian e io, nel sole di un pomeriggio di
miele. Siam lì, innocenti. E scava e riscava, il tesoro non c’è e noi siamo stanche
e corriam via, farfalle al nuovo gioco. A mio padre, gli scavi costaron la
coppa dell’olio, Vivian il Dolce Forno l'ebbe in sogno e io giammai una Furga tutta per me…

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