Oh, povera la mia Roma
senza Papa che mi par, basita, attonita, guardare al futuro senza quell’ultima
certezza vaticana contro cui si poteva, sì, inveire alla maniera del mio Belli
o anche peggio, ma che era lì, ferma e solenne, tetragona alle bufere del
Secolo, nei secoli dei secoli, seduta tutt’intorno al Cupolone, vestita di
porpora e di bianco, come le creature vive chiamate ad alti firmamenti dall’Altissimo.
E invece no: il papa, signori e signore, può dimettersi, tra gli applausi (per me amari) di quanti han bandito il sacro dal mondo. Può andarsene, lasciare il posto come se fosse un
amministratore delegato qualsiasi, un uomo e basta. Roma senza Papa è
come una carbonara sciapa di pecorino e pepe e i romani che ho incontrato io,
anche quelli senza Dio e mangiapreti, sono testimoni vivi, in carne e sangue, dello
scoramento che prende gli uomini quando un focolare, magari quello di Vesta, si
spegne e non offre più conforto (a me) o, casomai pungolo. Oh, la mia povera
Roma senza Papa, o meglio che di Papi ne avrà due, in una confusione, che i
cardinali - e anche Padre Lombardi - vogliono squadrare, nelle parole sante
della logica del mondo, far quotidiana realtà, addomesticare ma che resta,
ohimè, un groviglio e un nodo nella storia lunghissima di Pietro.
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| Paola, dal Giappone, mi ha portato questi fiori di stoffa e io, in suo onore, ne ho cucito due piccole bennibags. Grazie Paola! |
Ma basta con la
malinconia perché, ieri, nella piazzetta della Madonna dei Monti che è un bacio
alla bellezza, una certa mia conoscenza, grande e grossa e sempre spettinata, tutta quanta imbastita di
romanità, nella sacra devozione alla pajata, mi fa: “Aho, Estè, ma c’hai pensato,
nun se po’ neanco più dì, morto ‘n Papa se ne fa n’artro…” E giù, insieme, una
risata.

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