Avevo un’amica cara,
ragazza, che era tra le più carine di Roma, o forse no, ma lo sembrava per
esserne lei convinta e tanto faceva, con carattere e capelli lunghi al sedere,
che tutti ci credevano e anche io. Ma andiamo avanti al galoppo, ché di questi
tempi frenetici, i minuti sono vestiti da ore e le ore da giorni interi. Questa
signorina qui, corteggiata da questo e da quello, usciva solamente con i tipi
alla moda, quelli che venivano a prenderla in Bmw (nera) 323, che la portavano
nei locali alla moda (il Jackie O., il Tartarughino, il Number one…), e che
avevano – oh portento per quel medioevo! – il telefono in macchina. Tra gli
altri le capitò di uscire, una sera, con Giovanni Malagò che, per capirci, era allora
un totem della mondanità e che da ieri è presidente del Coni.
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| Un amico, piccolo, a Cala dei Gigli |
Tornò a notte fonda (io in
quei giorni, per motivi che tengo stretti al cuore, dividevo con lei un
appartamento bello, piemontese, a un tiro di sasso da Piazza Cavour) e mi
svegliò. In cucina, coccolate dagli Abbracci del Mulino Bianco, mi disse, seria,
seria: “Ester, è inutile darsi da fare, è tutto scritto, tutto deciso”. E a me
che, in quei giorni di antiche collaborazioni, cercavo, sola soletta, di
trovare un filo rosso, raccontò di come Malagò l’avesse portata nella stanza
dei bottoni del nipote di un potentissimo di allora, dove, in barba ai
curricula, si decideva, con leggerezza d’interesse, dove sistemare questa o
quello. Non le credetti e andai avanti lungo il mio sentiero alpino. E solo ora
che ne ho viste tante e crude e cotte e sono stata cassa integrata
(disintegrata…) e poi disoccupata, so che non mi aveva mentito, che mi aveva
avvertita, nella dolcezza della nostra perduta amicizia, che aveva avuto pena
della mia solare, inconsapevole, generosa spavalderia…

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