Non so più quanti anni orsono
i Salini, per ringraziar non so – di nuovo - se mamma o papà di una vacanza
sarda a Cala dei Gigli, ci regalarono una barchetta a remi, grande come una
tinozza da bagno, con gli scalmi e i remi e un sedile di legno nel mezzo che
doveva dividere la prua dalla poppa. Fu subito battezzato il barchino, come io
sono Ester, e basta; era, ricordo, rosso nel vestito che spanciava sul mare e che presto, sbiadito dal sole, si
fece fiordifragola; aveva, invece, mutande e canottiera bianche e tutte quante rigide,
di vetroresina. Oh, la delizia, mia, quando potevo andarmene a largo, sola, nel
barchino, remando verso Tavolara tutta la mia libertà! A volte, ma solo a
volte, mi portavo dietro maschera e pinne (il boccaglio no, ché mi faceva bere...) e, dopo aver legato la cima di prua a
una boa rossa anche lei, dalle parti di casa Pomarici, mi tuffavo a caccia di
conchiglie. Cercavo, in acqua, i ricci viola e gli animali rari che erano bianchi
e delicati e avevano sul petto, come ricamata, una croce di Cristo… Su e giù,
nel batter delle onde, in un pinneggiar distinto, senza spuma (come mi aveva
insegnato mio padre) e poi nel risucchio d’aria, quando scoppiavo fuori, nello stordimento ossigenato che era come riemergere, rinata Venere, dalla vita alla vita.
C’ero io, c’era il sole, c’erano
i ricci viola sorridenti (gli animali rari non li trovavo mai...) nel gavone di poppa. Niente altro: io di sole, in una
stupenda, dorata felicità

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