Di questa signora qui, che
mi abita di fronte in un bel palazzo color cipria chiara, ho già scritto in questo
blog piccolo piccolo perduto, come un’isola che non c’è, tra i marosi della
rete. Ne ho scritto perché lei, con quella faccia un po’ così e la risata franca, aperta, allegra dell’Emilia, è la
regina di cuori delle monetine perdute. E non solo. Infatti, camminando a capo
chino, con un fare ciondolone che mi innamora, trova tutto ciò che gli altri,
loro sì, perduti in chissà quali gironi di internet, lascian cadere, distratti,
per la via. C’è chi perde e c’è chi trova. Domenica, ad esempio, questa mia
conoscente ha trovato, schiacciata tra due automobili, una sciarpa di
Burberrys, una di quelle belle sciarpe scozzesi, a fondo beige con righe rosse e
nere, morbida come la coda di un gatto, una di quelle che a comperarla da Cenci
bisogna lasciare almeno tre verdoni… C’ero io, testimone, e quindi potete pur
crederci. Ma la fortuna del cercatore d’oro nel Klondike romano a volte gira le
spalle per certe graziose questioni di cuore che fan ruotare il mondo all’incontrario.
E vado a raccontare il busillis. Figuratevi una mattina qualunque di questo
febbraio in calzoni corti e figuratevi un bar qualunque e lei, con gli occhi a
spazzar gli angoli del locale, mentre gli altri, vivaddio, mangiano e bevono. D’un
tratto ecco, entra lui, un ganzo che le fa da mesi gli occhi dolci e lei, che è
separata e, dopo aver cresciuto i figli, cerca, a buon diritto, di ricostruirsi
la via, accetta il caffè che lui le offre. E mentre sono lì a parole senza
guinzaglio, zacchete, lei li vede: due euro, rotondi, sani, belli come il sole. La nostra
eroina, cerca di stornar lo sguardo. Invano. Il richiamo è una sirena e allora, in un batter di ciglia,, dai, via con la tecnica delle chiavi. Patapunfete, dling, dlang, le
chiavi le rovinano, per caso, per terra. Che noia, fa le e sta per chinarsi a raccoglierle, quando lui, bel
cavaliere, la precede, neanche fosse Cassio senza Otello. Le chiavi tornan al calduccio, nella borsa amica, ma la moneta, addio! Sono già finite nella borsa di un'altra cacciatrice…. Amor vicit omnia.
mercoledì 27 febbraio 2013
lunedì 25 febbraio 2013
Politicamente parlando
Oh che corsa in pattini a
rotelle, queste elezioni bagnate dalla pioggia di febbraio, col tetto grigio
del cielo invernale! La televisione, a casa mia, chiacchiera dalle due di
pomeriggio e questo e quello e dati e poll e roba che mi è parso, per un
pomeriggio uno, di essere tornata in redazione, quando Gianpiero, il mio
caporedattore amato (a lui devo tanto, troppo e di più ancora), usciva a
comperar le pizze per tutti (evviva), mentre noialtri – i redattori - si stava,
seduti sulle scrivanie, in capannelli a discuter di proiezioni e poll e a far
filosofia su Parlamento e governo che dovevan arrivare. C’era sempre chi ne
sapeva di più. A tutti, comunque, toccava il pezzo, sessanta righe per spiegar
i percome dei risultati alla Camera e al Senato. Facce vecchie e nuove e olè. A
te il Pci, a lui la Diccì, a quell’altro il Psi,. Poi, con la seconda repubblica,
altri nomi stessi valzer. C’era Fi, c’erano i Diesse e poi anche An e altri ancora
che mi sono dimenticata e non me ne dispiace…
Sicché sono qui, come tanti
altri italiani, a sentire in tivvù le voci di Casini e di Capezzone, quando squilla
il telefono ed è una signora di una certa età che mi è cara al cuore e in gola
ha lo spirito e la giovinezza verde che non ha più in corpo: “Hai veduto, Ester,
agli italiani piacciono i comici. Poco importa, poi, se è un comico
prestato alla politica o un politico che fa il comico!” Con rispetto, di nuovo,
ridendo…
Nel gran teatro del mondo
Mi pare, tante volte, a
partir da un certo giorno di marzo dell’anno passato (quando sentii, forte, il
richiamo del fiume…), di veder vivere in quante mi stan più vicine (amiche,
conoscenti, parenti) le bambine che sono state nei loro antichi giorni. Le
vedo, le vedo, quelle bimbe, come fossero ancora vive, nonostante le rughe,
tailleur, camici, titoli accademici,
tutti gli anni passati a precipizio, giocando ad acchiapparella con la
felicità; le vedo, quelle piccine, muoversi nei gesti, a volte bruschi, che
fanno le loro ospiti; le ascolto in certe paroline (sgarbate) che raccontano
(solo a me?), la favola nera che ebbero, da piccole, e le ingiustizie subite;
le vedo, le bambine, ritrovar oggi, nella piena incosapevolezza dell’esistenza
muta, le trappole di ieri e ritornar sui passi perduti pur di non rischiare il
nuovo, la vita vera. Le vedo andare avanti eppure indietro e ritrovar quel
tanto di famigliare, calduccio, noto - che pure duole - anche con la bisaccia
degli anni pesa sulle spalle…
E se quel tanto che scrivo
vi sembra un papiro dell’antico Egitto, ecco che diventa sangue e ossa e carne
nella persona di Anna che ha una
cinquantina d’anni ed è magra e belloccia come se ne avesse anche venti di
meno. Prendiamo, lei e io, un caffè e mi
parla dei suoi tanti clienti (fa la dietologa) che affama dietro compenso, come
si usa fare in questo mondo nuovo dove l’uomo, invece di cercare il cibo (come
ha fatto per millenni…), paga chi glielo
toglie di bocca. Il cibo, dicevo. Vabbè. Di colpo, annuendo col sorriso l’ho
vista io, bambina, pestare i piedi per fritti e cioccolata, e il papà suo, un
tipo ancora bello e in forma a ottant’anni suonati, dirle nossignore, non mangi.
E’ quella bambina lì, affamata di cibo e d’amore, che oggi, in camice bianco, con
aria professionale, affama altri, nella sua segreta, tragica e tenera vendetta, perduta nell'eterno teatro del mondo…
sabato 23 febbraio 2013
Davanti a una macchina da scrivere
Il mondo, saltellando, ha
fatto a piedi pari un tale balzo in avanti che io, figlia delle mie radici
antiche, penitenziale, saturnina, accesa da Medusa, tutt’uno, ancora oggi, con
il mio basco francese, faccio fatica a corrergli appresso e ad abituarmi al
ritmo nuovo che pure, anche se non lo mostro, mi piace. Mi piace, sì, anche se a volte mi pare di essere, io
pure, Cristina Campo, a cercar il canto Gregoriano e il rito preconciliare...
Ma basta, torniamo a noi. Osservo,
passeggiando, le ragazze (che mi sembran tutte quante belle) vestite come io
non mi sognerei mai di fare neppure se avessi gli anni giovani loro e i
giovanotti, stretti in jeans attillati che paiono togliere fiato e sugo all’amore. Portano, pensandosi moderni, codini del Marchese De Sade e orecchini che mi
fan pensare a Corto Maltese e al Pirata Barbanera. Mi piace guardare il mondo
che, danzando, insegue la modernità la quale al modo di una fata dispettosa, par
sempre un passo più avanti, marameo…
![]() |
| Paestum, vista da mio marito... |
Già, il futuro, il
progresso; si accende l’attenzione, si vota Grillo (si fa per dire) nella
speranza verde che fiorisca in loto, ma il passato è lì, fermo, solenne,
potente a modo suo. E io l’ho visto, proprio ieri, con questi occhi miei. Ero
al Mercatino, tra certi libri vecchi, inglesi, che costano poco più di un euro
(poveri libri…). Una vocina di bimba mi fa girare: “Mamma che cosa è?”. “Una
macchina da scrivere”, risponde la mamma, anche lei presa dai libri. “Guarda,
ci sono le bambole!”, s’entusiasma la madre. Macché bambole! La bambina, col naso nel passato, testarda, niente: incalza, chiede,
tocca, vuol sapere come funziona quella vecchia ferraglia e che cosa sono i
tasti e a che cosa servono e perché, con quel loro sgambettar su e giù, sembran far ginnastica... L'avrei abbracciata!
venerdì 22 febbraio 2013
Sister Francis al Mater Dei
Mi piace insegnar l’inglese.
Un poco perché mi pare, tutta quanta nella mia lingua madre, di ritornare a
casa, nel cantuccio mio segreto, dove, con Ann, cercavo la porticina per Fairyland (nell’armadio delle racchette da tennis), dove, con Jane, mi perdevo
nelle lunghe storie sue australiane popolate di aborigeni che vivevano – e ancora
lo fanno – nel tempo eterno del sogno, in compagnia del serpente Arcobaleno...
Ricordo, piccola, mi dovevo lavare i capelli.. Giù, scivolata nell’acqua calda
della vasca del bagno rosa, i capelli, lunghi, serpi nella spuma. Neanche il tempo di bagnarli. Emergevo: “And
so?”. Mi piace insegnar l’inglese e così tornar sui passi miei, a ritroso, di
ragazzina. A bordo del mio boxer blu, comperato usato con i miei primi soldi, attraversavo Roma e il lungo ponte di Corso
Francia, per raggiungere Via Calvi dell'Umbria, dove mi aspettavano, friggendo, tre fratellini e una cugina: con loro,
nella dolcezza di quegli anni verdi, incominciai…
![]() |
| Grazie Maura! |
Mi piace insegnar l’inglese,
anche perché nel film della mia vita mi sembra di far rivivere così chi tanto
mi ha dato, senza saperlo. Oh, meraviglia, sister Francis! La vedo, come se
fossse qui, davanti a me. C'è lei, ci sono le compagne in divisa: Lydia, Laura, Annalisa. Siam di nuovo lì, al terzo
piano dell’Istituto Mater Dei, nell’aula grande, banchi come draghi smeraldini,
che guardava dritto nell’ombra di San Sebastianello. La vedo, la vedo, sister Francis Borgia, piccola, rotonda,
con l’abito blu e il velo nero: per occhi, due chicchi di caffè, recita per noi
(che dobbiamo impararlo a memoria) il monologo di Antonio sul corpo di Cesare: “Friends,
Romans, countrymen, I come to bury Caesar not to praise him…” E il sogno di Eva
al risveglio nel “Paradise Lost” di Milton.: "Awake, my fairest, my expoused, my latest found, Heaven's last best gift, my ever new delight..."E solo ora, luminosa di nume
acceso, so che quella piccola sister mi regalò, senza saperlo e prima di tutti, l’amor
per le parole, che tengo ancora adesso vivo nel mio fuoco di Vesta…
mercoledì 20 febbraio 2013
A lezione da Caterina
Avevo un’amica cara,
ragazza, che era tra le più carine di Roma, o forse no, ma lo sembrava per
esserne lei convinta e tanto faceva, con carattere e capelli lunghi al sedere,
che tutti ci credevano e anche io. Ma andiamo avanti al galoppo, ché di questi
tempi frenetici, i minuti sono vestiti da ore e le ore da giorni interi. Questa
signorina qui, corteggiata da questo e da quello, usciva solamente con i tipi
alla moda, quelli che venivano a prenderla in Bmw (nera) 323, che la portavano
nei locali alla moda (il Jackie O., il Tartarughino, il Number one…), e che
avevano – oh portento per quel medioevo! – il telefono in macchina. Tra gli
altri le capitò di uscire, una sera, con Giovanni Malagò che, per capirci, era allora
un totem della mondanità e che da ieri è presidente del Coni.
![]() |
| Un amico, piccolo, a Cala dei Gigli |
Tornò a notte fonda (io in
quei giorni, per motivi che tengo stretti al cuore, dividevo con lei un
appartamento bello, piemontese, a un tiro di sasso da Piazza Cavour) e mi
svegliò. In cucina, coccolate dagli Abbracci del Mulino Bianco, mi disse, seria,
seria: “Ester, è inutile darsi da fare, è tutto scritto, tutto deciso”. E a me
che, in quei giorni di antiche collaborazioni, cercavo, sola soletta, di
trovare un filo rosso, raccontò di come Malagò l’avesse portata nella stanza
dei bottoni del nipote di un potentissimo di allora, dove, in barba ai
curricula, si decideva, con leggerezza d’interesse, dove sistemare questa o
quello. Non le credetti e andai avanti lungo il mio sentiero alpino. E solo ora
che ne ho viste tante e crude e cotte e sono stata cassa integrata
(disintegrata…) e poi disoccupata, so che non mi aveva mentito, che mi aveva
avvertita, nella dolcezza della nostra perduta amicizia, che aveva avuto pena
della mia solare, inconsapevole, generosa spavalderia…
lunedì 18 febbraio 2013
Sotto la Colonna Traiana
Oh come è difficile,
oggigiorno, educare un figliolo in un mondo dove il Papa lascia, col sorriso,
la Croce, dove i candidati, vestiti alla maniera di Giamburrasca, s’inventano i
titoli di studio, dove se guardi la televisione, mettiamo per dieci minuti,
tanto per sgranchir la mente, finisci per fare il pieno di cadaveri (io ne ho
contati, una mattina, sette e tanto sangue…), dove il capitano di un naufragio
potrebbe diventare un’icona buona per attirar turisti nel Belpaese! Ohimè, come
è difficile, davvero, tirar su i figlioli in questo mondo qui, dove mi pare che
gli asini volino davvero o suonino il pianoforte, o, peggio ancora, siedano a
Palazzo Chigi, come nelle favole, come nei sogni o forse negli incubi! Pensavo
questi miei amari pensieri, senza dimenticare il mio amato Savinio (che mi
invita ad amare questo amaro nostro tempo), proprio ieri, mentre aspettavo un’amica
ai piedi della colonna Traiana. Sulla sinistra il gran cavallo di Vittorio
Emanuele II, davanti un cielo chiaro su cui veleggiavano nuvole d’acquarello
mentre gli uccelli neri, lassù, disegnavano i loro arabeschi d’oriente. Io,
sola, privilegiata, mentre il crepuscolo scendeva piano a portar pace ai
mortali; io, sola, davanti a quel tutto divino, in cui affogavan le miserie del
mondo, nella pura bellezza della vita che, silenziosa, nell’onda dava sollievo
all’anima mia. E mentre ero lì, nella pace, un tizio si avvicina, indovinando,
forse, il pensier mio e mi fa: “Lo sa che differenza c’è tra il Papa e
Schettino?”. Senza attender risposta, via: “Il Papa non ha chi gli dica torna a
bordo, cazzo…”. Con rispetto, ridendo.
domenica 17 febbraio 2013
Un barchino d'oro a Cala dei Gigli
Non so più quanti anni orsono
i Salini, per ringraziar non so – di nuovo - se mamma o papà di una vacanza
sarda a Cala dei Gigli, ci regalarono una barchetta a remi, grande come una
tinozza da bagno, con gli scalmi e i remi e un sedile di legno nel mezzo che
doveva dividere la prua dalla poppa. Fu subito battezzato il barchino, come io
sono Ester, e basta; era, ricordo, rosso nel vestito che spanciava sul mare e che presto, sbiadito dal sole, si
fece fiordifragola; aveva, invece, mutande e canottiera bianche e tutte quante rigide,
di vetroresina. Oh, la delizia, mia, quando potevo andarmene a largo, sola, nel
barchino, remando verso Tavolara tutta la mia libertà! A volte, ma solo a
volte, mi portavo dietro maschera e pinne (il boccaglio no, ché mi faceva bere...) e, dopo aver legato la cima di prua a
una boa rossa anche lei, dalle parti di casa Pomarici, mi tuffavo a caccia di
conchiglie. Cercavo, in acqua, i ricci viola e gli animali rari che erano bianchi
e delicati e avevano sul petto, come ricamata, una croce di Cristo… Su e giù,
nel batter delle onde, in un pinneggiar distinto, senza spuma (come mi aveva
insegnato mio padre) e poi nel risucchio d’aria, quando scoppiavo fuori, nello stordimento ossigenato che era come riemergere, rinata Venere, dalla vita alla vita.
C’ero io, c’era il sole, c’erano
i ricci viola sorridenti (gli animali rari non li trovavo mai...) nel gavone di poppa. Niente altro: io di sole, in una
stupenda, dorata felicità
venerdì 15 febbraio 2013
Verso il futuro bambino
Quando Mario Chiesa fu
pizzicato con la tangente in bocca di non so più quale pio albergo milanese,
ero già giornalista tra giornalisti nella redazione romana del Gazzettino di
Venezia. Si vissero, da allora in poi, mesi e mesi di manette, suicidi,
scandali nella stupefacente (e triste, per me) stagione di Tangentopoli. Beati
giorni della vendetta, per alcuni. Per me, un’agonia. A ogni arresto, a tutti i
lanci di sputi e monetine, io, che son giustizialista al pari di Siddharta
o Gandhi, nella convinzione profonda, ancestrale, vetero-cristiana che siam tutti quanti, chi più chi meno, peccatori, sentivo crescer
dentro nausea, noia, disgusto perché, a scuola, non mi piacevano, le tricoteuse
della Rivoluzione francese (che gusto c’è, pensavo, a sferruzzar tra il sangue…)
e, ora, grande e vaccinata, punto i colleghi tutti pronti a brindare nel vedere
un ex potente (che poco prima, magari, avevan intervistato a squadra…) messo in
ginocchio e umiliato e in manette e in
carcere. Come se un'unghia tagliata potesse risanare il corpo intero...
Sicché oggi, con sgomento, mi par di rivivere, ma da casa, quello
stesso spirito di sangue e rivalsa che non mi piaceva allora ragazzina, per
nulla da ragazza e come un pugno in faccia adesso. Sarà che osservo il mio
Paese in declino, sarà che vedo Benetton una cattedrale vuota lungo la Via del
Tritone, sarà che anche i bar mi sembran piangere nei troppi cornetti coricati sui banchi ad aspettare, invano, bocche
golose; sarà per tutte queste ragioni e forse altre che fan capo al mio viver
precedente, ma vorrei vedere, ogni tanto, non urla, non proteste, ma un
silenzioso, operoso, meditato lavorare affinché questo Paese ritrovi la sua
anima e si tolga la gobba. E oggi, lungo la Via Nazionale, è accaduto. Come in
una epifania di neve, nel mio pensiero sacro. C’era un bimbetto, sui due anni, in passeggino, intorno i
fratelli, grandetti, a sgambettare. Il piccolo si divincola, piagnucola,
protesta. Vuol scendere. La mamma lo accontenta. E in quel visetto intento, occhi di gocciole di paradiso, nei piedi incerti, ho visto, tonda tonda, l’Italia senza gobba,
fatta anima di terra, nell’andar angelico del mondo…
martedì 12 febbraio 2013
Roma senza Papa
Oh, povera la mia Roma
senza Papa che mi par, basita, attonita, guardare al futuro senza quell’ultima
certezza vaticana contro cui si poteva, sì, inveire alla maniera del mio Belli
o anche peggio, ma che era lì, ferma e solenne, tetragona alle bufere del
Secolo, nei secoli dei secoli, seduta tutt’intorno al Cupolone, vestita di
porpora e di bianco, come le creature vive chiamate ad alti firmamenti dall’Altissimo.
E invece no: il papa, signori e signore, può dimettersi, tra gli applausi (per me amari) di quanti han bandito il sacro dal mondo. Può andarsene, lasciare il posto come se fosse un
amministratore delegato qualsiasi, un uomo e basta. Roma senza Papa è
come una carbonara sciapa di pecorino e pepe e i romani che ho incontrato io,
anche quelli senza Dio e mangiapreti, sono testimoni vivi, in carne e sangue, dello
scoramento che prende gli uomini quando un focolare, magari quello di Vesta, si
spegne e non offre più conforto (a me) o, casomai pungolo. Oh, la mia povera
Roma senza Papa, o meglio che di Papi ne avrà due, in una confusione, che i
cardinali - e anche Padre Lombardi - vogliono squadrare, nelle parole sante
della logica del mondo, far quotidiana realtà, addomesticare ma che resta,
ohimè, un groviglio e un nodo nella storia lunghissima di Pietro.
![]() |
| Paola, dal Giappone, mi ha portato questi fiori di stoffa e io, in suo onore, ne ho cucito due piccole bennibags. Grazie Paola! |
Ma basta con la
malinconia perché, ieri, nella piazzetta della Madonna dei Monti che è un bacio
alla bellezza, una certa mia conoscenza, grande e grossa e sempre spettinata, tutta quanta imbastita di
romanità, nella sacra devozione alla pajata, mi fa: “Aho, Estè, ma c’hai pensato,
nun se po’ neanco più dì, morto ‘n Papa se ne fa n’artro…” E giù, insieme, una
risata.
Una Furga tutta per me
Trema il crepuscolo d’azzurro
balugine, tra i rami neri, giapponesi nell’armonia celeste, dei pini perduti, solitari nel gran pratone di
verde velluto della villa romana. Io cammino, tornata bambina, in quella casa
stregata, di giardini e terrazzi, dove tutto è passato, dove il presente
sonnecchia e sbadiglia e dove il futuro in divisa pare in catene chiuso a
chiave com’è nella stanza di perenne vergine sposa di Miss Havisham… Cammino,
respirando il passato odoroso dei miei anni verdi quando, Ponti e Salini, si
fuggiva a grappolo, nel terrore di schianto della banda della cicatrice. Giù,
il cuore a battere nella strozza, a perdifiato, giù dal terrapieno degli acanti
romani, a batter con suole di sandali con gli occhiali sui ciottoli chiari dell’ingresso,
difeso da una enigmatica statua acefala in stile ellenistico, e poi, inghiottiti nella
bocca calda della porta di casa. Eran lampi, eran schianti, eran giorni spavaldi, di coraggio e di fiato. Giorni
bambini a sognare un futuro. Io, già allora, volevo giocar con le parole ed
esser scrittrice. Vivian non so. Lei e io cercavamo tesori, scavando buche,
lungo lo stradone in terra battuta che terminava nel ricamo color terracotta
della cancellata che divideva noialtri dal mondo in mutamento, il nostro qui di
focolare di Vesta, sempre acceso, dal lì, dove le automobili rotolavano, in un
pazzo su e giù, lungo il Viale di Marco Polo…
I tesori eran
sottoterra e lì li cercavamo, Vivian e io. “Oh tu che cosa compreresti?” “Io,
la Furga castana”. “Quella alta?” “Sì, sì, sì”. Tre volte sì come Pietro al contrario. “Io, invece, mi comprerei il
Dolce Forno”. Siam lì che scaviamo, Vivian e io, nel sole di un pomeriggio di
miele. Siam lì, innocenti. E scava e riscava, il tesoro non c’è e noi siamo stanche
e corriam via, farfalle al nuovo gioco. A mio padre, gli scavi costaron la
coppa dell’olio, Vivian il Dolce Forno l'ebbe in sogno e io giammai una Furga tutta per me…
mercoledì 6 febbraio 2013
Buona giornata...
![]() |
| Una bennibag a Villa Aldobrandini. |
Quando il cielo è color
ragnatela e minaccia di aprir le cocche del lenzuolo, io, se devo andare un
poco lontano a fare la spesa, per esempio fino all’Esquilino (che amo),
preferisco tener le mani libere e allacciare sotto al mento un foulard di lana
che è color mattone a fiori bianchi e celesti
e che mi fa rassomigliare tutta quanta, anima e viso, a una babuska russa. Non me ne curo, ché anzi esser antica mi piace e anche fuori moda... Così eccomi, convinta di
non dare nell’occhio combinata come sono, a svicolar tra le auto che ricoprono
in due file, da una parte e dall’altra, la via Panisperna. Sono diretta al Tuo, un discount vestito di verde che apre le sue porte a vetro accovacciato
ai piedi di Santa Maria Maggiore. Il giro, col carrello, è sempre quello e non
sto certo a spiegarlo a chi, come me, è condannato a farlo comunque. Così
salto, a naso turato, la compra e la fila e figuratemi, carica, sulla via del
ritorno, lungo la Via Cesare Balbo che è, nel sussiego d’ombra sua, piemontese come il Conte di Cavour.
Trascino un trolley in coda e per mano due bennibags. Il ritorno, tra il
saliscendi dei sampietrini, è pernicioso, sicché tengo gli occhi ben fermi al
suolo. Giunta che sono lì dove la Via Panisperna incrocia il
Boschettto vedo venir su dai Serpenti una certa signora di mia conoscenza, che
è amabile, rotonda e sorridente al punto da far impallidire il sole. Con un
rapido calcolo, io mi figuro l’incontro: io tutta pacchi e pesi in un canto nel
sorriso suo. Con rapido guizzo, convinta di esser nel Carnevale in foulard, mi faccio anguilla e mi infilo a mano manca
sulla Via del Boschetto. Il mio sospiro di sollievo si mozza nell’aria: “Ciao
Ester!”, fa lei, ferma sulla via. Mi giro, “Ciao”, disinvolta e, punfete, giù
le due bennibags, con sei uova dentro… Sorrido, al rimbazo. E lei, innocente: “Buona
giornata!”…
martedì 5 febbraio 2013
Forza Roma
Oh come è cambiato, da che
sono arrivata io or sono vent’anni, questo bel Rione Monti, che ha per cancello
il Colosseo, per spina dorsale una via intitolata (si fa per dire) al pane e al
prosciutto e, in testa un ciuffo di verde, in palme e aranci, chiamato Villa
Aldobrandini. E’ cambiato, eccome, il Rione, tutto quanto. Non ci sono più le
botteghe degli artigiani, ma negozi vintage e vinerie e altro in più che mi
pare, a volte, una stecca in partitura. La fontana della Piazza della Madonna
dei Monti sembra andare a birra e vino… Dalla finestra della mia cucina non mi
sorride più Gianna, che era sarta e aveva negli occhi il ponentino romano e in
bocca il romanesco che traduceva (la Mimma, la mia Mimma era il mio vocabolario…)
addormentarsi in addormirsi e insegnare in imparare. Non c’è più Gianna, ma ogni
giorno visi nuovi di turisti, alcuni pesi altri in sorriso, nell’incognita del
tempo in primavera. Per le strade del Rione, allora, c’era (e ora non più) un
senza tetto che di nome faceva Angelo e piaceva a tutti, e a me tanto, perché,
invece di chiedere, dava. A me, ad esempio, voleva allungar sempre gli
spiccioli per comperare il latte al bambino. Morì e il cuore del Rione un poco
insieme a lui. Ma ieri eccolo, rinato, nel giro eterno della Città Eterna.
Camminavo sola di ritorno dal supermercato quando sento tutto il din don
dan che facevano, io bambina, le mucche,
a Cala dei Gigli, nel campo verde di Tonino Corda. Mi giro, un vecchietto, stropicciato, in
color castagna, che pare uscito sano dalle favole dei Grimm: “Vole?”, mi fa. E
un tipo, un Rugantino, disegnato da Pinelli, mi bisbiglia all’orecchio: “E’ pe’
svegliasse dar torpore de sti tempi buj”. Forza Roma.
lunedì 4 febbraio 2013
Sull'autobus 83
![]() |
| Tavolara, laggiù; sulla destra una piramide e un dorso di gatto, a mano manca una lingua d'oro di sabbia... |
Mettete una domenica sera d’inverno,
spazzata dal vento di tramontana, in una Roma bruna, di cielo vicino, di rari
passanti, in un 83 mezzo vuoto che dal centro di Piazza Barberini porta,
danzando, nel percorso perduto tra tortuosi serpenti di vie, verso i quartieri
eleganti sdraiati tutt’intorno a Corso
Trieste; proprio in quell’autobus lì, verso le cinque della sera, ieri, c’ero io, vestita di rosso come i
predestinati, diretta verso un luogo (che è anche persona…) che amo per esser,
per me, frescura e riparo dell’anima mia, nella gratitudine del nume acceso. Sono lì tra tanti musi di uomini e
donne, giovani e vecchi, che paiono la fotografia della noia, io, perduta a rincorrer
nel mio Dedalo, Medusa e Demetra e anche Biancarosa e Rosella, quando mi sento
chiamare per nome, Ester, presente, più o meno! Mi volto: una zia che non vedevo da anni,
la zia, cara al mio cuore, che mi ha insegnato a cucire e che mi portava,
bambina, con sé, lungo la spina dorsale d’Italia, verso i cespugli gelati del
Nord… Di ricordi, non una parola, come se tutto il vissuto nostro fosse
precipitato nella Geenna e dimenticato. Mi ha parlato invece, e molto, di figli
e nipoti, con un'allegria che mi metteva, non so dir perché, tanta malinconia. Nel parlare, girava il capo all’ingiù , con gli occhi d'acqua, buttati per terra, sicché io di quel che diceva ho capito due parole su
cinque. Quando è scesa, a Piazza Fiume, mi pareva di vederla camminar nella folla di persone squadrate in triboli e problemi: le stesse persone che le toglievan la voce... Vabbè, mi sono detta, torno al mio centro. E mentre mettevo nel cassetto il tu per tu con il mio passato, ho sentito tutt'intorno un chiacchiericcio argentino e risate di gente felice. Mi sono girata e ho visto tante sorelle, giovani tutte quante, dal velo bianco o celeste a seconda - penso - del grado; in viso la serenità e tanta, tanta voce in inglese mozzo, la voce che mancava a mia zia...
sabato 2 febbraio 2013
Luna cretese
| Sotto la mia luna cretese, con una bennibag... |
Io so che siam noi gli
altri; io so, perché non son psicologa (ma con l’anima mia, vicina, parlante,
sono sempre a tu per tu nel profondo senso del mio scrivere…) che degli altri siamo
soliti odiar con forza ciò che ritroviam, ben celato, in noi, ciò che, sotto
sotto, ci appartiene; io so che a sbatter porte sul naso all’altrui miseria si
finisce per finir sbattuti, nella menzogna di quel che, nel silenzio nostro,
neghiamo. Io so tutto questo e altro ancora e anche di più, ma difficile è poi
ritornar nel mondo, camminando tra gli ostacoli e nel periglio, nelle vie
trafficate di ipocrisie, e squadrar sapienza e luce lì dove il groviglio d’ombre
ci fa, inconsapevoli e reattivi, pellegrini, incarnati, umani. Io so tutto
questo e, nel serpente che indossa le ali bianche di Ippocrate, altro ancora,
nella scintilla della consapevolezza che brucia il vano e lascia l’essenziale.
So tutto e anche di più, ma nel viver mi confondo e scambio questo e quello in
un eterno rubamazzetto. Lo so che il mio è scrivere oscuro, lo so, non me ne
abbiate a male, ma il dente duole e occorre che io accenda il lume negli angoli
deserti e indossi pure panni che non amo. E mentre sono lì che squaderno l’invisibile,
come mi è d’uso, nel ragionare sott’acqua dell’anima alla fonte, squilla il
cellulare. Pesco nella borsa, con l’affanno mio solito; emerge il telefonino,
il numero è sconosciuto. Rispondo: “Ovvia, non dirmi che dormivi?”. “No”,
rispondo a mia madre, e mogia mi faccio orecchio grande di notizie piccole, che
sono, però, il sugo della vita.
venerdì 1 febbraio 2013
Principe del Carnevale
Arriva febbraio, in alta
uniforme, con il pennacchio a coda di cavallo, nero di carbone, a pender sulle
spalle come dall’elmo di un gran corazziere del Quirinale; arriva febbraio,
sacro al sole, tutto serio, un poco imbronciato, come un professore in loden
che ha dimenticato, però, di mettersi il cappello. Arriva febbraio, nel sole
della speranza per questa nostra Italia dove non si contan più i disoccupati,
dove i ragazzi fanno le ricerche su wikipedia, dove le banche sono marchese e i marchesi
straccioni; un’Italia che dimagrisce nella dieta della crisi, dove persino i
pacchi per i poveri, un tempo pingui di stracci, sono magri nella Chiesa di San Quirico e
Giulitta ai Fori…
Arriva febbraio e soffia la
speranza nelle urne per alcuni (per altri no). Arriva febbraio, si vota, si
vota è tempo di cambiare. E mentre ascolto questo e quello, Bersani e Monti e
Berlusconi e Ingroia - di destra e di sinistra (tanto che cosa fa…) - mi par di veder
dietro al serio febbraio nostro, presidente e professore e anche cavaliere, il suo gemello buffo, nei
panni di Arlecchino, nel viso suo, di biacca, c'è il riso di Pan , in una pioggia di coriandoli, nel profumo
di frappe e castagnole: principe del Carnevale.
Iscriviti a:
Commenti (Atom)














