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giovedì 30 novembre 2017

Pranzi all'Appia nuova

San Giovanni dell'anima mia
Alto e un poco curvo alla sommità, nel grigio di occhi e capelli, il nonno Carmine, l’unico che io abbia mai conosciuto tra gli avi al maschile, era il padre di mio padre. Di professione, avvocato come mio padre, aveva lavorato tutta la vita in un ufficio comunale, chino sulle scartoffie della burocrazia che sono foglie secche dell’albero della vita., nel vorticare dei tempi vecchi e nuovi che non lo cambiavan punto.
Bambina, al giovedì per il desinare, si andava – noi piccoli Ponti – a pranzare dai nonni all’Appia nuova (con vista sulla Basilica di San Giovanni), nel grande appartamento che si divideva in stanze e stanzette e dove lo zio medico riceveva i pazienti sempre in attesa. Gli gnocchi al sugo rosso li preparava la Elena che era piccola tanto da poterla mettere in una bennibag e, in cucina, mi pareva che volasse come Flora Fauna e Serena della Bella Addormentata. I piedini in alto, svolazzante il grembiule, recava in mano un piatto di meringhe tanto leggere da parere nuvolette di zucchero…
In salone, la bellissima zia Cecilia, detta Cilia, faceva, fino all’ultimo, i suoi spettrali solitari: l’orologio e la scaletta e a noi, timida presenza, chiedeva se andavamo bene a scuola. “Sì!”, rispondevamo in coro e lei “Bene, bene” e finiva tutto lì. Il nonno Carmine, dopo il pasto, tirava fuori dal taschino un sacchetto verde di caramelle bianche e, facendo il verso della gallinella, depositava gli ovetti nelle nostre mani raccolte a coppetta. La delizia di quel gesto gentile! Via in bocca, nella bianca prelibatezza dello zucchero e poi, puah, di corsa in cucina, tutti sputati gli ovetti nel nero dell’anima loro fatta di amara liquirizia. E il nonno, ridendo: “Non vi piace la regolizia?”


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