| Un mio piccolo amico sardo |
A mio umile e modesto
avviso, e parlo sottovoce in questo mio piccolo spazio che conta le visite
sulla punta delle dita (e ne sono contenta!), riempire le chiese di persone,
anche se povere, che aspettano soltanto il dopo-messa per mangiare gnocchetti
sardi e tiramisù o per fare incetta di vestiti smessi da rivendere magari al
mercatino abusivo che si distende, sciatto e sporco, lungo la strada che porta
alla bellissima Chiesa di Santa Croce in Gerusalemme non vale ed è come fare lo
sgambetto a un Santo. Non è questo il sale del nostro credo. A Gesù non
importava un fico secco di quanti soldi avevi nel salvadanaio e Lazzaro con le
sue sorelle erano addirittura benestanti eppure lui pianse lacrime amare alla
morte dell’amico…
I beni di cui parla
nostro Signore sono tutti spirituali e quando sgrida il ragazzo ricco che non
ha la forza di seguirlo da tanto attaccato è alle ricchezze sue, non lo sgrida
per il denaro (“date a Cesare quello che è di Cesare”), ma perché è attaccato
al mondo, spiritualmente pure, e a quanto esso può dare. E’ l’attaccamento (e non i soldi), la
tentazione grande. Il pensare, erroneo, che tutto quello che abbiamo ci
appartenga mentre è solo dato in prestito come i talenti del padrone dati ai
servi affinché li facciano fruttare e poi restituiti. E la finisco qui perché
non sono certo io che dovrei spiegare questo al mondo. Piccola come sono e
umile nel mio umile quotidiano, me ne vado in cucina, alla maniera di
Cenerentola, e saluto per tutti il cielo blu che si spalanca di felicità in
questo primo giorno della settimana. Il cielo azzurro del lunedì!
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