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sabato 4 novembre 2017

La forza del silenzio

Mentre leggo, con gioia e riconoscenza, “La Forza del silenzio” del cardinale Robert Sarah (ogni pagina, leggendo piano, nel silenzio mio pomeridiano), non smetto, da mattino a sera, di lavorar tra pentole e tegami, in opera felice di Marta. E mentre faccio saltare in padella una frittata o mescolo in energia l’impasto della torta di cachi da mettere poi in forno e servire in zucchero a velo, l’antico mio mestiere di giornalista e di scrittrice reclama una particina, anche da comparsa, nella vita mia divisa oramai tra due mondi. E, come per caso (ma caso non è) mi fa trovare, tra i tanti, tantissimi libri che popolano silenziosi la mia casa romana, qualche volume dimenticato, comperato magari con la mano sinistra, in un piovoso mattino di dicembre, e poi lasciato lì a covare le sue meraviglie, sconosciute ai più. E anche a me.

Un giorno, dunque, dopo aver steso i panni che danzano nel venticello romano, in asciugatura dorata, giro il volto verso la libreria grande dello studiolo di mio marito e pesco, tra tanti volumi, un libro vecchio e bicolore, bianco e color vinaccia, della Sei (un libro per le medie dei tempi miei) e il titolo mi colpisce il cuore: “La più bella novella del mondo”. Che indovino essere quella che è. L’autore è Salvator Gotta, famoso per il piccolo alpino che noi tutti abbiamo letto, in gioventù, quando i libri per bambini non insegnavano le cattive maniere e a comportarsi male. E sia. Tra le pagine di Salvator Gotta, che era scrittore considerato commerciale (e infatti ha fatto diventar ricchi molti editori) ritrovo la prosa che amo, il lessico antico, il periodare lento, nelle immagini vivide e fresche. Che meraviglia. E poi, nel leggere un piccolo racconto in delizia “Il gioco dei colori” mi accorgo che Gotta fa parlare i rumori, ma è il silenzio, il silenzio antico dei paesi italiani, del suo Canavese, delle piazze assolate silenziose, abitate solo dal din don dan della campane, che parla soprattutto. Quello stesso silenzio che abbiamo perduto e di cui parla il cardinale Sarah. Un silenzio divino, sovrumano (come lo chiamava Leopardi) dove si sente il respiro di Dio.

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