Mentre leggo, con gioia
e riconoscenza, “La Forza del silenzio” del cardinale Robert Sarah (ogni
pagina, leggendo piano, nel silenzio mio pomeridiano), non smetto, da mattino a
sera, di lavorar tra pentole e tegami, in opera felice di Marta. E mentre faccio
saltare in padella una frittata o mescolo in energia l’impasto della torta di
cachi da mettere poi in forno e servire in zucchero a velo, l’antico mio
mestiere di giornalista e di scrittrice reclama una particina, anche da
comparsa, nella vita mia divisa oramai tra due mondi. E, come per caso (ma caso
non è) mi fa trovare, tra i tanti, tantissimi libri che popolano silenziosi la
mia casa romana, qualche volume dimenticato, comperato magari con la mano
sinistra, in un piovoso mattino di dicembre, e poi lasciato lì a covare le sue
meraviglie, sconosciute ai più. E anche a me.
Un giorno, dunque, dopo
aver steso i panni che danzano nel venticello romano, in asciugatura dorata,
giro il volto verso la libreria grande dello studiolo di mio marito e pesco,
tra tanti volumi, un libro vecchio e bicolore, bianco e color vinaccia, della
Sei (un libro per le medie dei tempi miei) e il titolo mi colpisce il cuore:
“La più bella novella del mondo”. Che indovino essere quella che è. L’autore è
Salvator Gotta, famoso per il piccolo alpino che noi tutti abbiamo letto, in
gioventù, quando i libri per bambini non insegnavano le cattive maniere e a
comportarsi male. E sia. Tra le pagine di Salvator Gotta, che era scrittore
considerato commerciale (e infatti ha fatto diventar ricchi molti editori)
ritrovo la prosa che amo, il lessico antico, il periodare lento, nelle immagini
vivide e fresche. Che meraviglia. E poi, nel leggere un piccolo racconto in
delizia “Il gioco dei colori” mi accorgo che Gotta fa parlare i rumori, ma è il
silenzio, il silenzio antico dei paesi italiani, del suo Canavese, delle piazze
assolate silenziose, abitate solo dal din don dan della campane, che parla
soprattutto. Quello stesso silenzio che abbiamo perduto e di cui parla il
cardinale Sarah. Un silenzio divino, sovrumano (come lo chiamava Leopardi) dove
si sente il respiro di Dio.

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