| le bambole di Angelica |
In fondo al corridoio
che porta alle camere da letto, al piano secondo della Villa Bianca dove sono
nata e cresciuta, c’è un posticino, affacciato sul verde, baciato dall’oro del
tramonto che mia madre ha scelto quale angolo suo di scrivania. Nel tavolino
vecchio, venuto anche lui da San Giuliano, c’è raccolta in cassettini la vita
sua che le appartiene tutta, in segreto di noi figli; la sedia, o meglio la
poltroncina, anche lei friulana, è imbottita sul sedile e sullo schienale con
una stoffa damascata in rosa pallido. E lì che siede lei, mia madre, ancora
adesso che conta molte primavere, a scrivere lettere e le sue poesie (che mi
recita quando la vado a trovare). E sulla parete che la guarda diritto in
faccia c’è un ritratto misterioso in dagherrotipo ottocentesco. Vi sorride, in
splendore di giovinezza e d’ordine, una fanciulla in fiore, vestita di
crinoline, con i bei boccoli biondi sciolti sulle spalle diritte, della quale
solo da poco ho saputo nel dettaglio la vita.
Insomma quella bella
delle belle era una delle sorelle di mia nonna, di nome Angelica, la quale a
diciott’anni se ne volò in cielo colpita dalla malattia di quel secolo lì che
era la tubercolosi. Il padre di lei, e quindi il mio bisnonno, perduta la
figliola, fece un pacco solo delle terre e dei poderi che aveva a Tiezzo e non
volle più abitare la casa dove respirava il ricordo dell’Angelica. E siccome
poi la figliola suonava il pianoforte come un angelo, proibì alle altre
figliole, e quindi anche a mia nonna, di fare musica, pestando sui tasti bianchi
e neri del pianoforte. Il silenzio abitò la nuova casa. E ancora mi domando
come fece uno dei fratelli di mia nonna, visto il divieto, a suonare così bene
il piano, senza aver studiato punto e niente. Veniva in camera mia, Francesco
già in luna calante, e si accomodava al piano mio mozzo e dalle sue dita in
ginnastica le note del cielo. Nel silenzio della musica del cuore…

