Ricordo il miele di
settembre nell’aria accesa, a San Giuliano, quando, sola con i miei pensieri,
in un vestitino tirolese a fiorellini bianchi su un prato di smeraldo e il grembiule
con cuoricini rossi in campo bianco, superavo, il cuore in gola, la paura mia bambina e il cancello verde che separava
il giardino di nonna Stella dal vigneto e dai campi di mais. Baldanzosa,
andavo. E precipitavo - il casolare color cipria laggiù nella perduta quotidianità
del mio Friuli giovinetto - in un ignoto paese selvatico d’erbe e azzurro.
Intorno, tutt’intorno, richiami e fruscii, che mi facevan trasalire, nel
mistero della natura silente. Ricordo, ricordo l’uva bianca e nera, di Dioniso,appesa tra i pampini e le foglie dei filari ad
aspettarmi. Scartocciavo un acino,
sputando i semi che non mi piacevano punto. Camminavo, intrepida col cielo
dorato della fine estate che mi guardava, curioso, da lassù, nei segreti suoi
che erano anche i miei. Camminavo nella corsa delle ninfe, nel richiamo di
Pan, sciolta in quella incantata
protostoria che sentivo dentro e fuori, in un gioco d’anima e di specchi…
Ricordo. Ricordo che tornai
una volta a sera e incontrai, precipite, in corsa pazza una persona di famiglia,
le mani a tener su le braghe. Dietro, mia madre. Dire chi era il fuggiasco, no,
ma – Dio mio, come correva - correva il meschino, con le ali di Ermes cucite ai piedi
nudi. Correva, oltre il cancello, via per i campi smarginati, E mia madre dietro, implacabile, (come se quella corsa non significasse che la salute c'era e tanta) per l'iniezione, la
siringa già carica di quell'odioso (che non so se esiste più...)“reticuloger”…
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| Bennibag di velluto, femminile e fiorita nel sorriso del nuovo autunno |

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