A Roma, di romani, di
rugantini spavaldi, spacconi, un po’ busiari ma tanto, tanto simpatici, non ce ne
sono più. Neanche al mercato dell’Esquilino (che ora mi pare un poco triste
chiuso com’è tra quattro mura) ne vedo e, quando vado a comperar le erbe e la
frutta e il pesce, vedo, dietro i banchi, facce che vengono un poco da tutto il
mondo e non di certo dalla Garbatella o da Trastevere, e sono facce di tutte le
sfumature dell’umano e labbra che masticano appena l’italiano e non sanno dire,
come quei rugantini col sorriso in tasca che dico io, “ciao tesoro” alle
clienti e, credete a me, più sono vecchie e malmesse e più sono tesori. E le
vedi le vecchierelle accese, tornar fanciulle nel ritrovato tesoro del fior degli
anni e così il nostro Meo Patacca, pur avendo fatto pagar una sbiossa pesche e
uva, riempite a mezzo le buste e svuotato il portamonete, le ha fatte felici a
chiuder la giornata. Le vedo, le mie massaie, tornar a casa con una canzone in
cuore, per essersi sentite di nuovo tesori per un’ora… E poco non è in questi
tempi europei che han tagliato via l’umanità e decidono ciò che si deve e non si deve fare
con le direttive stirate con l’appretto, in un’atmosfera di eterna
ospedalizzazione, inseguiti come siamo dalle cattive notizie dei telegiornali
che, un giorno sì e l’altro pure, ci mettono in guardia da questo e da quell’altro
male. Io, di solito, la tv la spengo e se posso anche il computer. E leggo. Leggevo, proprio ieri, Matilde Serao, in
gloria di una certa amica – per nome un delizioso inno all’olio d’oliva - che
della Serao è pronipote. Nel suo “Ventre di Napoli” mi è parso di riveder di
nuovo vivo e vero un certo fruttarolo di piazza R. dove andavo a comperar,
ancora da sposare, le poche cose che cucinavo per mettere insieme il pranzo con
la cena, tornata – tardi – dalla redazione. Il banco si chiamava Darré, il perché non lo capivo e neanche lo chiedevo. Negli occhi aveva due carboni e i
capelli d’ala di corvo e grande e grosso che pareva scoppiare nella ciccia. “Che
voi, tesoro?”, mi chiedeva. Io, anche io, felice per un’ora... Un giorno,
davanti a una platea di tanti tesori in gonnella e d’ogni età, disse, questo
Fallstaff de’ noantri: “Che ce volete fa, signorebbelle, so’ io er re de ‘sto
mercato, nun fccio pe’ vantamme, ma c’è vo’ la stazza mia pe’ esse re e a chi
dice de no c’ho pronto ‘n chilo de bicoccole pe’ facce ‘na collana…” Roma sparita, e sospiro...
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