Mentre settembre, a passi
danzanti, sorride il suo arrivederci all’anno prossimo, vedo di lontano
ottobre, in tabarro, in capo un cappellaccio nero, gli antichi calzoni di
castagna, le scarpe color noce, farsi vicino, nell’autunno pigro del bosco. L’aria
è come d’oro, nell’attesa, ferme le cose, all’erta gli animali. Avanza
lentamente lui, tutto preso com’è a pitturar, col suo pennello magico, d’arancio
e di giallo le foglie venate degli alberi e a far maturare loti e calicantus
profumati. E mentre il bosco trascolora, io penso a noi, bambini degli Anni
Settanta, che solo il primo ottobre tornavamo a scuola, dopo giorni e mesi
interi di pura libertà, trascorsi nella beatitudine dei nostri personali
paradisi terrestri (per me Cala dei Gigli), che non eran fatti, come oggi, di
computer e di realtà virtuali, ma di sole e di mare e niente più.
Si tornava a scuola: io,
felice. La scuola mi portava via da casa, dai dispetti dei gemelli, dalle
parole di mia madre che eran, per me, sirene e chimere, dai Salini tutti
quanti, dal mondo loro che non è mai stato il mio. A scuola, lontana da loro,
ero felice….
Io, per me, ho sempre amato
l’autunno forse, ora lo capisco, perché tornavo a scuola. Ed ero la sola, in
classe, credo. O forse no ché, nel segreto, lì dove ogni bambino chiude il
riccio dei pensieri suoi riposti, in molte, credo, preferivano i banchi, il
basco, le sister, il Mater Dei, perché almeno lì l’ingiustizia era divisa in
parti uguali e tutte quante, in uniforme, eravamo figlie d’ottobre, nella magia
del ritorno…

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