Ai miei tempi, in quel mondo
piccolo e romano dove vivevo (e che non mi manca), si faceva, tutti quanti e senza un ma e un ba, il
classico. Pochi, rari direi, quanti si iscrivevano allo scientifico. Si diceva,
appunto, in un sospiro, “fa lo scientifico”, come se si trattasse di tradimento… Per le
ragazze, quelle che di studiare non ne volevano sapere, c’era, poi, il
linguistico che le teneva occupate, a imparar lingue diverse, buone per far
casomai mondanità internazionale, in attesa di trovar marito e che marito... Si
andava, in molti, ma non tutti, alle private. Io, al Mater Dei, i fratelli o al
San Giuseppe De Merode oppure, e meglio, al Massimo, tenuto allora e anche oggi
dai gesuiti, e che era allora (e non so più oggi) solo maschile e severissimo e
trampolino per diventar qualcuno nel mondo. C’era anche il San Leone Magno,
dove andava un Clemente che ebbe il mio cuore per due anni e forse più. Alcuni,
poi, studiavano nelle scuole francesi ché l’inglese, allora, si imparava,
certo, ma vuoi mettere il francese nella grazia di Parigi? Scuole americane
forse ce n’erano già, ma restavano agli americani a Roma…
Intanto, fuori dalle nostre
dorate aule che ci vedevano ben educati, in divisa, nell’ordine simbolico del
medio evo presente in nome del Papa Re, si faceva la rivoluzione. Per me, ignara di collettivi,
assemblee, occupazioni, la rivoluzione si incarnò in un ragazzo barbuto che mi
impediva, un giorno, molto più avanti, di entrare alla Sapienza dove
frequentavo la facoltà di lettere. Mi disse che non potevo entrare per l’occupazione. Lo guardai. Occhi negli occhi.
Non so che cosa vide. So che, poco dopo, camminavo, sola, Maria Antonietta, per
il lungo corridoio della facoltà e salivo, come su un patibolo, il grande
scalone a spirale per raggiungere il piano non so più quale, il mio…

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