Ieri, gambe in spalla e
sola soletta, sono andata al cinema a vedermi, al pomeriggio (come non oso fare
mai per via dei tanti impegni quotidiani) “La Grande bellezza” di Paolo Sorrentino,
che, neanche a farlo apposta proprio oggi è stato benedetto film da Oscar
hollywoodiano. Gliela auguro la statuetta, beninteso, ché una gloria italiana,
in questi tempi di vacche magre (ieri la Rinascente di piazza Fiume abitata
solo da una pallida me, dai commessi immalinconiti e dalle anime morte di Gogol…)
è pur sempre una stella in cielo e provvidenza per il nostro povero Paese
mangiato dal debito pubblico nel sacco dell’Europa. Ma il film, devo dirlo - e a
dirlo mi si spezza un poco il cuore tanto ho atteso di poterlo andare a vedere - mi ha lasciata freddina e ogni tanto, lo ammetto, ho anche sbadigliato e non
so, fossi stata a casa mia, se sarei arrivata fino in fondo o avrei spento un poco prima la televisione. Va bene, certo,
Roma di notte è follia bizantina e bizantino è il suo popolo di pazzi,
cocainomani e bighelloni e buoni a nulla e principesse decadute e garruli
cardinali mondani, ma, insomma, dopo che ne hai visti uno o due oppure tre, ti
sembra di aver già fatto la scorta per l’inverno e chiedi un poco di trama, un
soldo di intreccio, qualcosa che non sia banale. Come il pianto antico per un
antico amore estivo che, di certo, non spiega il vuoto dentro di tanti e tanti
anni…
Ci sono anche cose, per
me, ridicole, come la santa che ha letto - maddai! - proprio il primo e unico
libro del protagonista e vuole persino andare a cena a casa di lui pur
mangiando solo radici... E sono tanti altri i sassolini che vorrei togliermi
dalla scarpa se non altro perché a tornare a casa, alle otto e venti, faceva un
gran freddo ed ero in maniche corte e vi lascio immaginare quanto ho corso;
ma lascio stare e brindo all’America, augurando tanta fortuna a Sorrentino e a
Toni Servillo (che ha cento facce e tutte quante vere) e metto un punto e a
capo su due particolari che, invece, terrò legati stretti all’anima. Il primo:
quelle inquadrature rovesciate nel gioco pazzo del mondo all’incontrario; e poi
il secondo, proprio in coda al film, che sono le suore vere, vestite di bianco, riprese a fotografarsi
sul Ponte Sant’Angelo, mentre la macchina da presa scivola lungo il Tevere silente, riprendendo
la loro piccola bellezza e quella grande, grandissima, di Roma.

"Come il pianto antico per un antico amore estivo che, di certo, non spiega il vuoto dentro di tanti e tanti anni…" Meraviglioso, mia maestra
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