La scuola, ai tempi del
Mater Dei, cominciava il primo d’ottobre. Allora, solo allora, si riapriva, per
noialtre in divisa ancora estiva, il gran portone custodito dal portiere Otto,
che aveva casa e gabbiotto lì dove oggi c’è l’ingresso verde squillante del
British Council. Tanto oggi, l’antico bugigattolo si è fatto corsia d’ospedale
e chiaro e stirato in un antipatico, anonimo neon biancastro nel viavai dei
molti che sognano in inglese, quanto allora era oscuro, poco illuminato,
abitato da presentimenti e dalle ombre di chi ci visse prima e, per noi alunne,
proibito. Nell’entrare in cappella, che era poco più avanti ma sulla sinistra,
con il basco calzato in testa e la treccia a scodinzolare lungo la schiena in
una primitiva, mia, kundalini a coda di gatto, gettavo un occhio in quel
mistero, nel sogno di abitarlo, e contemplavo, in me, quello, più vasto, del
mondo che mi circondava, estraneo, in un abbraccio freddo. C’era il mistero di
Otto e quello, insondabile, delle sister. Dove dormivano, non lo sapevo e non
sapevo dove mangiavano. E mi riusciva impossibile immaginarle in camicia da
notte, solo il velo nero e il soggolo bianco, nelle tasche tintinnati delle
sottogonne…
All’ora d’uscita, è
vero, si sentiva nel cortile un gran rumoreggiare di stoviglie e mestoli e
posate a batter contro pentole, piatti e padelle. Voci non se ne sentivano, ma il mulinare tipico di una cucina sì. Intanto le
grandi- mito (Ah la bellezza, per me mai raggiunta da una diva di Hollywood, della Gioia M. e dell'Antonella BV...) accendevano i motorini con mezza pedalata, e via col vento nella
libertà e i capelli scalati dai Cinque di Via delle Carrozze. Veniva, quel rumore, da un’ala segreta del gran palazzo di Via di San
Sebastianello, al pianoterra, nascosto dietro a una porta a vetri. Da quella stessa
porta, uscirono, molti anni dopo, vestite in abiti civili, con gonne a pieghe,
lunghe ai polpacci e i capelli corti, nudi di velo, le sister rimaste al Mater
Dei, dopo la chiusura della scuola. Mi vennero incontro festose e io, come una ricotta, precipitai, tornata bimba, nel solito inchinetto, la destra incrociata dietro la sinistra. Un silenzio, una pausa lunga quaranta giorni. Mi feci di porpora, poi, una risata di campana squillante, argentina nella primavera, ci unì e ci fece tutte quante
donne, nel sorriso del futuro che cambia ogni cosa in allegria…

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