Nel 1986, bianca e rossa,
nel crine sciolto color pece, sotto il sole bruciato della campagna
marchigiana, forse a Treja non ricordo bene, la maggiore delle sorelle Lavezzi,
col grembo già rotondo, sposò uno slavato svedese, che era, secondo quanto ci
raccontarono con occhi e bocche pieni di importanza i genitori di lei, un
signor artista dalle sue parti, uno che mostre a scialo, “persino a Nuova York”
e soldi, per carità, non ne parliamo nemmeno, roba da Grand Hotel. Lei, per
come la ricordo (e poco e male) mi pareva vestita da ciociara; le mancava,
spolverando la memoria, in testa la spara soltanto e in capo, che ne so, una
brocca d’acqua. Il vestito no, ma la collana di corallo che le si attorcigliava
a serpe attorno al corpo, quella sì che la ricordo, perché i grani, in vita,
erano grosse gocciole di sangue di Medusa e quelli più su, invece, piccoli come
acini d’uvetta, sembravano serrarle la gola in una morsa di respiro mozzo.
Ricordo la bella tavola,
imbandita di biondo vino e bianco sangallo, ed era a forma di ferro di cavallo
e sparse sull'immacolata c’eran certe ghirlande tali e quali quelle di Luca della
Robbia, ma vere e di frutta, foglie e erbe. Comunque sia c’ero io pure e non so
perché, visto che la Lavezzi grande mi era sproporzionata d’età, mentre la
piccola, che era mia compagna di classe, più che altro mi pungeva, bisognosa
com’era (ora solo lo capisco) di conferme della sua bellezza mora e d’occhi di
gatto che era tutta quanta opposta alla mia ancora innocente, lucente di grano.
C’ero e ancora mi pare di udire nelle orecchie la vocina della piccola Lavezzi,
che mi sussurrò: “La collana di corallo, quella bella, non è mica un regalo dello svedese…” Poi mi guardò
ridente e dispettosa, come una che ne sa cento volte più di me (ce ne voleva
poco, allora). E lo svedese, poveretto, tornò a esser quel che era, uno che, qualche
anno dopo, se ne tornò mogio mogino nel freddo suo, senza moglie, senza più
fama d’artista, mentre la Lavezzi, incoronata di corallo, sposava ancora,
vestita da Regina…

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