Ieri a Santa Maria
Maggiore, durante la messa solenne (tutta in latino che pareva, io in gloria
mistica, di esser prima del Concilio Vaticano Secondo…) c’ero anche io, con due
signore di gusto; una di loro, piegata in due dagli anni, cento tondi, ma grilla nel suo yoga quotidiano, e poi noialtre “giovanotte”, perdute nella gran basilica ad nives che protegge come un manto Roma. Dicevo, dunque, che durante la messa in cui son piovuti
petali di rosa a
ricordo della nevicata d’agosto che fece santo il luogo all’Esquilino (dove i Romani, nel nastro senza nodi della verità, adoravano Giunone Lucina, madre dei parti e delle donne in fiore e di tutta l’umanità dolente), dicevo che la signora centenaria se ne stava in silenzio, seduta sul basamento di una colonna (ché nessuno le offriva una sedia…) ad ascoltare e meditare i casi suoi e io la guardavo, lei e l’altare d’oro, in grembo al fiume…
ricordo della nevicata d’agosto che fece santo il luogo all’Esquilino (dove i Romani, nel nastro senza nodi della verità, adoravano Giunone Lucina, madre dei parti e delle donne in fiore e di tutta l’umanità dolente), dicevo che la signora centenaria se ne stava in silenzio, seduta sul basamento di una colonna (ché nessuno le offriva una sedia…) ad ascoltare e meditare i casi suoi e io la guardavo, lei e l’altare d’oro, in grembo al fiume…
Si canta il Gloria e il Pater Noster come tornati indietro nei Secoli nel
profumo dorato dell’incenso che a me fa venir la tosse e il raschio in gola, ma
poco male e via. Eccoci a messa e poi eccoci al caffè ché è bello dopo il sacro
festeggiar la grazia nel profano: patatine fritte e un crodino son quello che
ci vuole in tutta questa calura. Lei, la signora degli anni d’argento, parla
poco e dice solo l’essenziale e mi racconta una storia servita con i
carciofi alla giudia e la pajata che voglio regalarvi nel suo incanto tutto quanto
romanesco. Dovete sapere, dunque, che alle nove, ogni santissima sera, una
campana di Santa Maria Maggiore batte il suo rintocco. Ding don dang, chiama “la
Sperduta” nel ricordo perenne di quando, cinquecent’e più anni fa, salvò una
pellegrina che andava a tentoni, sola come un cane, nel bosco dei Cessati
Spiriti, nel gozzo la paura di briganti e malandrini. Ritrovò la strada, la pellegrina, la Sperduta, grazie alla campana che ora porta
il suo nome. E ora, come allora, la campana seguita a battere i rintocchi antichi e i Romani, pochi oramai, lo sanno. Voi, con me. Batte i suoi rintocchi e ci chiama tutti quanti, sperduti nelle tenebre del mondo a
capo in giù, per ritrovar la strada di casa…

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