C’erano gli unni, i
longobardi, i goti e per me, bambina, erano tutti quanti ostrogoti e latinorum
gli usi e i costumi loro di cui facevo un fascio e buonanotte al secchio. Non
distinguevo, di grazia, gli uni dagli altri e li chiamavo tutti quanti barbari
e il loro arrivo in Italia, al tramonto dell’impero, invasioni barbariche, tale
e quale al titolo del programma di una giornalista bellina che va tanto di moda
e che io non ho veduto mai perché mi par, nel chiacchiericcio buonista, non
aggiunga granché allo spettacolo del mondo… Oh come è successo, mi dicevo (lo
ricordo pure ora che di anni il tempo ne ha bruciati assai nel suo falò delle
vanità), che i barbari sono arrivati nel cuore di Roma, mangiandosi consoli e
fori e creando, poi, loro nuovi imperi e lauri e orizzonti di gloria? Non mi
bastò, già donna, legger molti libri e pure il Gibbon che è Bibbia e Vangelo…
Ricordo il mio sgomento bambino, ricordo il punto interrogativo che mi si
disegnava in fronte quando si parlava di popoli e culture, con nomi tanto
astrusi e senza terra. Sì, lo ricordo, ma ora lo sgomento scolora, allegro,
nelle mie passeggiate all’Esquilino è lì, e non nei libri, che ho trovato la
risposta. E’ lì che si consuma, oggi, il nuovo tramonto dell’Occidente, l’Italia
che fu cucinata a fuoco lento dalla nuova Italia versicolore. Sotto l’arco di
Gallieno c’è una piccola madrasa e i tanti bambini, in tunica e calottina
musulmana fanno un gran vocio d’alba argentina, nel silenzio d’agosto mentre
due anziane italiane, uscite dalla Chiesa di Sant’Alfonso dei Liguori (che amo)
camminano piano verso il loro tramonto...
Io amo questo Rione
colorato, dal sapore piemontese, in salsa romana, condito con il pepe delle
colonie, Amo snasar nei negozietti cinesi e trovar, magari, il filo colorato a
pochi spiccioli e da Mas comperare un magliettone con su la faccia ridente di
Giovanni Paolo II… Lo amo anche perché mi ha insegnato, finalmente, che cosa
sono le invasioni barbariche che studiavo sulle pagine dei libri e so, perché
lo so, che un giorno avremo di nuovo un imperatore barbaro più italiano di
quanto fosse romano Giulio Cesare perché, come scrive il gran principe di
Salina bisogna che tutto cambi perché tutto resti uguale…
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| Ciao ciao Cala dei Gigli... |

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