Nel silenzio della
Sabina, nel mio paesino addormentato, abitato più da gatti e da spiriti che da
persone vive, passo queste mie solitarie ferie di agosto, fabbricando rose di
stoffa, meditando, scrivendo racconti e lasciandomi vivere, abbracciata alla
natura, nella corrente del Farfa, trasparente e pulito come in una cartolina
della Creazione. Nel paesino addormentato, dicevo, vivono tanti gatti, bianchi
e neri e pezzati, che han preso il posto dei bambini che fino a ieri popolavano,
in bici o con un pallone attaccato al piede, viuzze e slarghi del borgo antico.
Di colpo non ci sono più e quasi mi manca quel loro vociare allegro; spariti,
via, come se il pifferaio di Hamelin fosse passato per di qui, davvero,
portandosi via, con i ragazzini, gli urli e gli schiamazzi e le pallonate
contro il monumento ai caduti della Grande Guerra che, solenne, domina la
piazza… Sono rimasti i gatti che a volte se ne rimangono acciambellati al sole,
uno dentro l’altro, pelo nel pelo, in mistico abbandono; altre volte, tornati
tigri, si fan la guerra a modo loro, sfidandosi come tanti Scilla e Cariddi nei
musi duri e nei baffi ritti, naso a naso, la coda alzata, in allarme. a punto
esclamativo Un micio, d’un tratto, cede il campo, in un gomitolo di miagolii in
cigolo e l’altro fugge lontano, all’altro capo della piazza. Torna la quiete
nella gatteria e in paese.
Io, a volte, nella mia
solitudine regina, mi affaccio alla finestra che dà proprio sulla piazza, per
osservar quei loro occhietti socchiusi, di lana, che, detto fatto, si accorgono
di me e aprono il pozzo del mistero: e stavo lì, affacciata, a pera,
anche ieri pomeriggio quando d’un tratto, vedo comparir, sul margine opposto
della piazza, due omini che parevano di zucchero. Vestiti alla campagnola.
Insieme, messi come acrobati uno sull’altro, non avrebbero fatto due metri. Uno
dei due, vecchio come Matusalemme, forse per parer più alto, portava in capo
una specie di cilindro che lo faceva somigliar a Mister Magoo. Restai alla
finestra ad osservarli mentre mi sfilavan sotto il petto. Camminavano a braccetto, impettiti, generali tutti e due di un esercito immaginario. E
quando giunsero sotto la mia finestra, quello col cilindro, senza togliersi il
cappello, mi disse: “Bonasera, comma’!”. E mi parve di vivere, per incanto, nel
sabato del villaggio di Giacomo Leopardi, io, la donzelletta che venia dalla
campagna in sul calar del sole. Io, paesana, gatta tra gatti e spiriti.

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