Un uscio nero come il
peccato, serrato con un catenaccio, divideva, a San Giuliano, il casolare color
rosa pallido di nonna Stella dal giardino verde che si annunciava già nel portico, anch’esso smeraldo
di piante. Quell’uscio di liquirizia, un
Ercole in prigionia, diventava delizia di casa nelle serate d’inverno
quando noi piccoli Ponti, tutt’intorno
alla tavola, consumavamo la minestra in brodo della Lilli nei piatti fondi
apparecchiati contro il legno scuro a sembrar cornicette di un quaderno di
prima… Erano, quei piatti, una grazia, una grazia ancora viva nel mio ricordo.
Recavano, sul bordo, un girotondo di foglie in forme diverse, come mosse dal
vento. Verdi, le primaverili e color sabbia quelle autunnali. Ardevo per
conquistare il piatto della bella stagione e mentre, con il cucchiaio nella
destra, sollevando con la mano sinistra la coda del piatto, finivo l’ultimo goccio, ascoltavo, muta, i
discorsi dei grandi pieni, per me, di mistero, nel manto dell’ignoto steso,
allora, sul mondo di mamma e papà. Mia madre parlava e parlava. Delle cugine
sue che eran tante ma tante che io non riuscivo a metterle in fila e delle
amiche di Roma, che tanta noia le davano per essere così diverse e pianeti
dalla Dina e dalla Luisa che erano nate, come lei, a Pordenone e non c’era
paragone, per carità, con le romane… Rivolta ai gemelli, diceva: “Mi
raccomando, mai mogli romane!”. Dovevan fare come mio padre che, infatti, aveva
sposato lei. E alzava l’indice, nel dirlo, e stirava il naso. Ricordo che io,
che ero romana, friggevo dalla voglia di correre in bagno a guardar sulla
faccia casomai avessi qualche patacca, un’ombra, non so. E a ripensarci oggi,
caspita se le hanno ubbidito! Tutti e tre i miei fratelli han sposato chi l’una
chi l’altra, ma forestiere, alla faccia delle donne e dei buoi… Marco, poi, che
fece l’errore di sposar, in prime nozze, una romana, trovò la seconda sua
sposa, la giusta, in un Continente fanciullo al di là del mare, dove la lingua
pare uno strascicato e dolce friulano…
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