Se mi viene a noia star
sulla spiaggia, le gambe tra le onde, in capo la mia luce, con una riverenza,
saluto Tavolara, laggiù, rosa e celeste, coi piedi a sciacquar nel suo (e nel
mio) mare e me ne vado, a bordo della mia Cinquecento color ghiaccio, a Padru, a prender
acqua vergine alla fonte e poi da un certo signore che un nome l’ha ma non ve
lo dico, a comperar, insieme alle sue tante storie, le verdure dell’orto, che
sono zucchine e pomodori e fagioli e anche le olive. Ne sa una più di Pico il
mio Innominato e parla della sua Sardegna come io parlerei del mio bambino. Mi
mostra una pianticella secca e mi dice: “Questo è l’elicrisio, la pianta che
cresceva ai piedi della croce di Cristo, e cura le bruciature e morsi della
tarantola…” E io gli credo perché so (per averlo provato io medesima) che il
mirto è santo nel guarire le ferite che (ma è opinione personale) i medici nostri, solenni nel loro candido camice da stregone, capiscono
poco o nulla e molto di più sapeva la guaritrice, vestita d'orbace, di un certo racconto di Grazia
Deledda di cui non mi sovviene il titolo, ma che in questo post sta bene come
un girasole nel suo campo. Il mio Innominato ha anche la sua, di guaritrice e
io so il nome ed il cognome di lei e so che vanno a frotte dal Continnente
perché non credere è moderno, ma provare nel segreto si può…
Passan le mezz’ore e a
Padru scotta il sole che fa da lampada al Monte Nieddu. Io lo guardo, quel
monte, e rivedo lassù quel che vedevo bambina a Sant’Teodoro che ora è un posto
pieno di turisti e di bazar e supermarket, di quella vita moderna e vagabonda che tanto piace
(e anche a me). Ricordo, ricordo che andavamo alla messa alla domenica, tutti quanti
noi, Ponti: la messa di Don Pala con l'Ave Maria cantata in sardo... Ricordo che arrivavamo in piazza e lì, come
in una visione, c’eran solo uomini vestiti dei colori del bosco, in giacche e
scoppolette, e con le camicie bianche di liscivia e ricordo le voci, tutte un
ululio, ricco di "u" che mi spaventava, di tutti loro che, alla domenica mattina,
giocavano per ore alla morra sarda. Ed erano duelli di numeri e parole, nel gesto violento del braccio teso e precipite tra i due contendenti armati; e io
bambina, ignara, sentivo che c’era il quel loro giocare un’eco antica, un lucignolo acceso nella protostoria. Era un passo di danza nel boschetto sacro, dove entravo anch'io, come se entrassi in chiesa...
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