Al mattino molto
presto, a Cala dei Gigli, quando il mare è uno specchio di Alice, e il silenzio
avvolge col suo manto d’argento uomini e donne perduti nel sonno che è una
piccola, dolce morte, c’è un solo signore, grande e grosso e vestito d’azzurro,
che scende fin giù sulla baia d’oro baciata dal sole nascente. Ed è lui, vicino
al cielo. Io, dal terrazzo piccino di camera mia, lo vedo, lo osservo: egli
cammina sulla rena purificata dal buio, con incedere lento, si toglie la
maglia, si infila i piccoli occhiali da nuoto e come celebrando una messa sacra
in onore del mistero grande che era ed è per noi come per i Navaho, entra nel
mare che nel suo grembo lo accoglie come una madre celeste. E’, per me, rito
quotidiano osservar dall’alto quella grazia sospesa, tra cielo e mare, quel
ritorno dell’uomo all’abbraccio di Dio. E benedico, pur non sapendo chi è,
quell’Adamo nell’Eden…
E’ in quella grazia
sospesa che respiro, io, al mattino, prima del caffè e dei biscotti, sapendo
che, dopo, con il sole più alto, annoiato già dalla sua stessa calura, la
spiaggia si riempirà di bambini che giocano allegri e di mamme che si perdono
in gomitoli di parole in un inseguirsi di fatti del mondo che di grazia, di
grazia, ne hanno ben poca. E io, in mezzo a loro, mi ritrovo, volentieri, nella
selva di verbi e aggettivi e nomi comuni e propri e ricordi e odore di crema al
cocco. Sono lì, a far finta di esser anch’io figlia del mondo, perduta la
porticina dell’anima chiusa dal commercio di tanto, troppo rumore. Parole ancor
nei libri e persino nelle parole crociate… Mi perdo, io pure, ritrovando alla
sera che Ester non c’è. Fino al mattino, però, al mattino in camicia da notte
quando partecipo una volta ancora, per grazia ricevuta, alla mia messa
quotidiana nel bagno lustrale dello sconosciuto vestito d’azzurro. Io, di nuovo
Ester, con lui tra le onde…
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