Ai tempi della Prima
Repubblica, quando erano importanti politici che ora sono sepolti, se non nel
camposanto, dall’oblio, avevo
conosciuto, per quelle strane coincidenze che spruzzano di pepe il quotidiano
un certo scrittore di cui non farò certo il nome, ma che era ed è ancora oggi
famoso per quanto può esser famoso, ai tempi del Grande Fratello e robe simili,
uno che tutta la vita se ne sta, per conto proprio, orso santissimo, con le parole
in capo, a scegliere tra questa e quella e a metterle tutte in fila, in un
cosmo letterario, come se fossero tante sorelle a tenersi per mano. Dunque, io
lo avevo conosciuto al Salone del Libro di Torino che allora era organizzato da
un gran saraceno dai capelli ricci e alto e grosso e sempre di buon umore e di
cui, con dispiacere, non rammento il nome. Ma girava per gli stand e aveva il
cuore in tasca e il sorriso pronto. Io, allora, lavoravo per una piccola casa
editrice che si chiamava “Il Grifo” e presentavo, vestita da “ufficiostampa” il
primo (e forse unico) romanzo di Hugo Pratt, il quale, ricordo, aveva un debole
per la mia collega e così, a volte, bussava alla porta nostra e via, loro due,
per un caffè o un aperitivo.
Conobbi lo scrittore
non mi ricordo come e fu intesa e amicizia che durò, con grazia, anni e fino ad oggi. Andavo a trovarlo al suo stand dove
presentava un libro, un romanzo, con fascetta da vittoria di premio letterario.
Un giorno, forse l’ultimo della fiera, eravamo lì, lui e io, e una signora ne
chiese una copia. Ma certo, signora, è benvenuta, ecco qui, lui è l’autore, ne abbiamo una copia, l’ultima, ma è senza
fascetta. E lei, sgomenta: “E’ no, per carità, è un regalo, sapete, non è mica per me!". Già allora, e non lo avevo capito, i libri erano una scatola di Baci Perugina da portare alla zia Clementina...
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