Questa mattina,
Tavolara ha messo un cappello di nubi sfilacciate in testa e una sciarpa
intorno al collo e se ne sta lì, immusonita, nei colori spenti del levante,
quando il vento porta a largo, nel rincorrersi di certe ondine stente, e il
cielo non par neppure azzurro e scolorito com’è, in semolino cotto, è una
malinconia di naufragi e di mal di gola. Io me ne sto in casa, tutta in me, ad
aspettar che chi so io si svegli dall’abbraccio di Morfeo e ritrovi, rotonda e
dipinta di giallo, la voglia accesa di ritornar su questo mondo che è, ohimè, a
capo in giù e a zampe all’aria. Lo so, lo vedo, con il terzo occhio aperto, lo
so, lo vedo, ma non dico nulla perché sono cose, queste, che occorre tenersi
nel misurino della propria consapevolezza, un sorriso e buttati nello zaino e
poi, casomai, giù dietro le spalle in un cestino della spazzatura. E si cammina
e avanti e ancora avanti. E ogni tanto, ma di rado, tiro fuori due parole due
che tolgono la fodera ai cuscini a chi le vuol sentire, a chi ha voglia perché
lo si vuol lassù di scendere dal palcoscenico.
Pensavo questo, seduta
al mio computer che magicamente funziona anche qui nelle mie sperdute aldie,
dialogando con Tavolara, e ho pensato che avevo ed ho, ora e poi mai più, un
appuntamento sacro cui non voglio mancare e chiudo gli occhi e non sono più
qui, ma a Tavolara e non lungo lo spalmatore d’oro dove ancora adesso si
trovan, a saperli trovare, rametti di corallo, ma dietro al cimitero dei Re di
Tavolara, sulla spiaggia di ciottoli di fiume dove si attracca a stento e par
che ci sia sempre un tempo da lupi e il cielo coperto. E’ lì, nel volo pazzo
dei gabbiani, che ritroverei il mio passato d’oro, in una dolce sera di
settembre… Ma via, è ancora mattina e molto, molto presto. Il sole è una moneta
fiammeggiante e sorge, a oriente, dietro la cresta delle colline vergini, nel
chiacchierio della mia ghiandaia dal petto azzurro, nel volo aereo di una
squadretta di aironi cinerini, e giù, sul pelo dell’acqua, nella caccia al
pesce del cormorano nero che vedo, da quassù, nel collo lungo e nel becco
giallo. E mentre mi perdo nei voli delle creature alate, ecco scender chi so
io, in pigiama e occhi pesti: “Che c’è per colazione?” La poesia in tasca, via
in cucina.

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