Ogni estate, finita la
stagione del gran caldo, quando il manto azzurro della Madonna si faceva color
cenere e cadevano le piogge, mio padre,
piccolo scrivano fiorentino nel bugigattolo suo foderato di libri sulle scale
che fungeva da studio, stilava la lista dei danni, grandi e piccoli, provocati
dai gemelli e da altri che non sto qui a specificare. Erano fucili perduti
negli abissi e sagole mancanti e scalette e maschere e sassole (ma che cosa
caspita sono non so…) che eran finite chissà dove e via. Il titolo era sempre
il medesimo: “Elenco delle rotture, smarrimenti e danni vari provocati dai
ragazzi”. Io, proprio ora, mentre scrivo, nel silenzio d’argento della baia
ancora addormentata, ho sottomano la lista dell’antica estate del 1973. Avevo,
io, nove anni. E loro, i gemelli, una decina d’anni in più. C’è la lista dell’avvocato
Ponti, precisa, con il quibus e il conquibus, tutto battuto a macchina persino,
e ci sono poi i battibecchi in biro rossa e blu tra i colpevoli (punto contriti e redenti) e papà. Loro ridevano, lui, che un poco ammirava la loro selvatica noncuranza, pagava. In fondo, a mo’ di sfottò
la classifica degli sfascioni, redatta da Federico, uno dei due, dove, al primo
e al secondo posto, manco a dirlo, ci sono proprio loro, i gemelli…
E mentre mi perdo, io
che non perdevo nulla e che nella lista proprio non compaio, ricordo un
pomeriggio di novembre, qui a Cala dei Gigli, il mare, una tavola in quel
freddo trasparente che scende sulle onde quando la stagione è bell’e finita e
va in soffitta pronta a ricominciar di nuovo con l’anno fanciullo, rivedo uno
dei gemelli, proprio Federico, seduto sulla banana grigia dello zodiac di papà
ad armeggiar con l’Evinrude 40 cavalli. Seduto sul muretto di fronte alla riva,
le gambe penzoloni, c’è Gavino, uno dei guardiani che ebbe, per anni, la villa
nostra da guardare, appunto, e che Federico, nel balzo del suo eroismo novembrino, aveva
deciso di mettere da parte nel montare, in quei giorni dei morti, il motore
alla barca. D’un tratto, pluf, pluf: motore e Federico in acqua. Ho ancora
nelle orecchie come fosse accaduto ieri la voce sarda di Gavino, nel silenzio che seguì: “Federricco,
ci facciammo il bagnetto?”.
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