C’è ai piedi della
scala di legno che sale verso casa dalla strada consortile di Cala dei Gigli,
c’è, dicevo, un magnifico ibisco rosso, come raccolto in preghiera e umiltà,
che osserva, dal suo incanto, il viavai di automobili e motorette dello
stradone di terra battuta. Quando arrivo io nella baia del mio cuore, in luglio
o anche di maggio, egli mi saluta, l’ibisco,
mentre, io al volante, mi corre incontro, felice, per poi restar, lì,
indietro, nella polvere alzata dal
vento. E io, con il cuore tutto in lui, percorro l’ultima curva che mi porta
finalmente a casa. Povero ibisco mio, uno scheletro di rami secchi, nell’arida
terra sarda... E par morto e non lo è, mentre io mi struggo per lui. Dal suo
deserto, l’ibisco mi guarda, chiedendomi acqua e attenzione, Così io, al
mattino molto presto, all’ombra di Tavolara vestita come Lisa e Lucia della
Furga, nello sfolgorio dell’alba che sorge dietro l’aldia verde, io, piano
pianino, scendo le scale e vado da lui come andrei da un amante, apro la saracinesca dell’acqua e poi il
rubinetto e l’acqua sgorga nel miracolo della vita che rinasce. Lo sento che ride... E piano, piano, nella conta dei giorni, ecco sbocciare i fiori rossi, eleganti, chiassosi, cacciatori di insetti. I
rami si riempion di gemme, pennacchi smeraldini e dentro quel tenerume che è
rosa prima e poi rosso. Le foglie si fanno lucide, vestite da sera, ed è vita e
sacrificio insieme, come le scarpe rosse del Papa, in quel suo lampeggiare scarlatto …
Io lo amo il mio ibisco
in preghiera. Egli è come me, come noi, tutti quanti, nel mistero che muore e
risorge, nel silenzio del fiume che scorre pieno di vita. E ora che ve l’ho presentato, il mio ibisco,
vi dico, in punta di piedi, che prenderò una gemma per portarla con me dove so.
Come fece, anni orsono, una signora tedesca che mi confidò di aver rubato una
talea di lui per portarsela forse a Berlino chissà. Poi aggiunse, poeta, nel
ricordo di mio padre già volato in braccio alle stelle: “Anche io, a casa, ho un avvocato Ponti…”





