In Piazza Venezia, molto fotografato dai
turisti che lo immaginano, forse, antico come il Partenone (e non è), c’è il
Vittoriano, che pare un grande pan di zucchero in stile greco e solenne e
troppo solenne sotto al manto azzurro della Madonna all’Ara Coeli, laggiù, nella
bruna chiesa medievale, in esilio, che si vede e non si vede (ma io so che c’è)
a un tiro di freccia dal Campidoglio. C’è, dunque, il Vittoriano con il suo
fuoco sempre acceso a ricordare il milite ignoto, un soldatino senza nome,
morto durante la Grande guerra, in un sacrificio che, visto con gli occhi d’oggi
fatti Cinque Stelle, pare, meschino, tanto inutile quanto la neve ad Acapulco.
C’è, dicevo, il Vittoriano e dentro tutta
una giuggiola patriottica in alta uniforme di bandiere, stendardi e
gagliardetti che mi sono andata a riveder da poco per certi affari che terrò
nelle segrete. Cammina, cammina, tra teche che paion bare. E poi, come un alleluya, li
ho visti: i blue jeans di Giuseppe Garibaldi! Piccoli così e vivi e sorridenti, come appartenessero
a un hobbit e non a un eroe… Sissignore, il nostro Garibaldi, nel secolo
decimonono, indossava già la tela grezza americana che doveva far furore qui da
noi e diventar, quaggiù, popolare come un espresso. Me ne sono andata via a orecchie
basse, da ciuco, pensando che le mode americane (che tanto mi dan noia), oh,
erano già italiane quando ancora non lo sapevamo e quando, in barba al De
Sanctis, i miei scrittori d’anima – Emilio De Marchi e Carlo Dossi e Luigi
Capuana – scrivevano in un bell’italiano rotondo che non riesco a trovar più…
E siccome, certe volte, è nei particolari
che si vede il bandolo della storia che mai si ferma e
mai si fermerà, mentre
me ne ritornavo a casa, ho ripensato a una certa visita mia a Palazzo Pitti, di
molti fa. Vidi, una accanto all’altra, due statue. C’era Augusto, in toga e
accanto a lui un barbaro in pantaloni e sandali birkenstock (scherzo, ma non
proprio) e allora capii che il futuro era tutto in quello straccione barbaro, in
quel germano peloso in viso, in braghe svelte, dall’aria truce, e che il tempo
antico, le toghe come sudari, finiva davanti allo sguardo sbigottito, nel bel
volto sbarbato, di Augusto ancora in toga…
| A Creta, io, nel cuore della storia... |
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