In un tempo che i grillini
in Parlamento, tanto differenti – anni luce - dagli onorevoli che abbiam visto
e rivisto per tanti e tanti anni, e tanto giovani e verdi che paiono appena
scesi dall’Ufo di Zardoz, fanno sembrare ancora più antico, c’erano i ragazzi
del San Giuseppe De Merode, che guardava quasi in faccia il Mater Dei e che ora,
adeguatosi al mondo che fugge, mescola, in allegra macedonia maschi e femmine,
e allora no: solo ragazzi . Erano tutti quanti belli, per me, quei ragazzi lì
che non portavano, come noi, la divisa blu e bianca, ma i capelli corti sì
e il loden blu o verde e la sciarpa scozzese
pure. Ed era uniforme di stile. Eran belli, di grazia antica, stirati nella
tradizione. Senza Facebook, senza Twitter, ma con il professor Spadini che
insegnava loro latino (credo) e umorismo (di certo) e i frere a spazzolare i
cortili nelle danzanti nere gabbane.
In classe di Marco, che mi
superava su questa terra di due anni larghi, c’era un certo Francesco S.,
grande e grosso e nobile e alto, come si può essere oggi pure, ma senza il suo
stile che lo rendeva simpatico a tutti e il più popolare dei popolari. Molti i
blasoni che portava in tasca e tanti i balli e i cocktail e Dio sa che cos’altro
a cui era invitato per diritto di sangue e di simpatia. Una volta, eccolo in
una casa patrizia romana a” colazione” (ché colazione era il pranzo, anche per
mia madre Regina e per me no…). I gamberetti, no, dovette pensar di sicuro
Francesco, che li fece sparire, coda e tutto, a manciate, sotto il tavolo. Meschino,
non sapeva che il tavolo fosse di vetro! “Oh Francesco – disse all’ospite il
padrone di casa – oh, che è codesto cimitero!”

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