Vivevamo, bambini, in una
grande casa bianca, seduta nel bel mezzo di un giardino più grande ancora che
cominciava sotto ai Bastioni del Sangallo e, nel verde e nel bianco, terra e terrazzi, pareva
toccar quasi il Viale di Marco Polo. Il giardino, secondo il vangelo nostro, era in parte grande pratone, lì dove spettinate crescevan le erbacce tra i sassi per poi precipitar nella scivolata finale verde di nobili acanti. Solenni, tristi, i pini a ombrello alti fino in bocca al cielo facevan la guardia al pratone... c’era poi il boschetto (dove il sole non arrivava mai) e il
praticello, nel merlo di un muricciolo bianco, trasformato in campetto da pallone. In mezzo, lei, la villa bianca
che non ebbe mai un nome e ancora mi chiedo perché. Hanno nomi le cose care,
amate, quelle che ci stan legate al cuore. Un nome doveva averlo, penso. Ma non lo ebbe mai. Bianca, gelata, muta, era
lì e mi pareva (e mi pare) un fungo di cemento cresciuto tanto da superare, con l'altera spocchia degli uomini, i pini marittimi nel silenzio degli anni…
La casa era divisa in due. Ai piani alti, a toccar il cielo col dito, i Salini che eran
cinque come noi; noi, i Ponti, dabbasso, con le erbe sul naso. I Salini, già, i
Salini. Mi obbligavano, piccina, a chiamr zia e zio i genitori loro e i Salini
lo stesso coi miei. Ma cugini i figlioli, per me, non furono e non saranno mai. Ricordo ancora, sgomenta, le mie risposte in balbettii, annodati di tenera confusione infantile, a quanti mi chiedevano lumi: "Sono amici... sono più che amici... chiamo zia loro madre...". Né noi per loro lo fummo mai. Nella spietata e sincera verità bambina, tutti
quanti, noi dieci, come trattenuti dall’ancestrale consapevolezza che il sangue,
quello sì, conta, mentre le parole leggere - zia e zio - volano via, nel ricordo sbiadito di
facce che non sono più…

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