Ai gemelli l’inglese rimbalzava
in testa e non c’era verso di farlo entrare mai. Non erano, dunque, le signorine, tutte
mie, ad insegnar loro la lingua di Shakespeare e di Milton, piuttosto loro, i
gemelli, a far da Dante e Virgilio nell’arcobaleno fresco di parolacce all’amatricana,
in romanesco e, crepi l’avarizia, anche in italiano. E poiché allora non c’era
Wikipedia e non si poteva correr a picchiar sui tasti di un computer per
illuminar la via, le poverine saltavan nella trappola in scarpe con i tacchi,
profumate di lillà, nell’aureola dell’agnus Dei.
A una di loro, ad esempio, una
mia beniamina (mi pare si chiamasse Helen) ma io ero piccola, un cerino acceso
di biondo grano, i due burloni spiegarono che “stronza” voleva dir sto bene. Sicché a chi le
chiedeva come stai, lei, meschina, innocente, con un sorriso molto british,
inzuppato nello small talk britannico, rispondeva: “stronza”. E non si era
chiesta mai perché nell’interlocutore un risolino spigava di tra le labbra
strette…
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| C'è sempre posto, nel mio cuore, per Lorenzo Lotto... |
Un pomeriggio, ecco la Helen,
presentata a un certo gran signore che era di casa allora in casa mia. Era questi, alto, bello come un Marlon Brando, un Tutankamen di quei tempi che scolorano oramai nella modernità che fugge. Tanto per capirci, uno che sapeva quante famiglie romane e quali avevano un
Papa in famiglia. Furono presentati lui e la Helen, figlia dei pascoli della Nuova Zelanda. Lui: “E mi dica, cara miss Helen,
come sta in Italia?”. E lei: “Stronza, moulto stronza!”. E lui, senza una grinza: "Mi fa piacere, mi fa molto piacere!"

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