Ricordo, come fossi a
piedi scalzi, ancora piccola nella libertà che mi pareva d’avere tutt’intorno e
non era, quando vivevo ancora nella villa alla Porta Ardeatina lì dove le Mura
Aureliane ricordavano, nei miei aranciati pomeriggi, gli antichi limes di Roma
e il suo pomerio sacro che dovevo ritrovar, più grande, al liceo; ricordo, dicevo,
e il cuore lo vedo volar alto, nel blu di questo dolce crepuscolo, appeso a un
aquilone, l’odore dell’erba tagliata. Entrava nelle narici in turbine, dolce,
verdolino, umido di vita, come nell’attesa di nuove primavere. Ricordo come l’avessi
ora davanti lo scoppiettar della falciatrice sulla quale, appollaiato come un
antico gufo sedeva Marino, il
giardiniere di casa che veniva dalle Marche e della terra sua natale
conservava una parlata dolce, strascicata che diventava lamento e noia in bocca
a sua moglie Enrica, che aiutava in casa, a ore, nei mestieri la Mimma. Stirava
e sospirava, tirava la pasta del pane e dai un singulto, che faceva andar sui
gangheri la Mimma, svelta come un trentatré, che, dietro le spalle di quell’altra
ignara, sbuffava a occhi rotondi…
L'Enrica la ricordo in
guardaroba, stira e cuci e piega e sguardo al cielo. Marino, tutt'opposto. Allegro, silvano, un elfo tra il pratone e il
praticello, nella magia del giardino in fiore. D’estate piantava i pomodorini e
le fave. Mai, lo giuro, ne mangiai di così buone e grasse e dolci, cresciute a
terra e amore. Non so perché stasera, Marino mi è venuto incontro, fresco nella
memoria, vestito nel suo pigiama da lavoro, color gianduia in tono coi capelli. Non lo so o forse
sì, lo so, ed è perché in primavera, ogni santa primavera, mi regalava – a me
sola, tra tutti - una primula gialla, che spuntava, di tra le sue grasse
foglie bitorzolute, da un vasetto nero. “Ester, per te”, diceva Marino e in quel fiore
sacro, allora mica lo sapevo, in quel fiore delicato, semplice nel suo
vestitino di sole, c’era già tutto quanto il mio avvenire baciato dall’astro in
cima e nel nero della terra le radici…
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