Me ne andavo nella pioggia
che non smette di cadere in questo marzo di confusione e attesa, dondolando
sull’autobus numero 83, che va serpeggiando, in un viaggio infinito, tra il
centro e il quartiere Trieste, quando ecco, all’apertura delle porte, mi pare
su Via Po, farsi strada nella pancia del mezzo una signora alta come un
corazziere e corpulenta, con un caschetto di stoppa gialla in testa, due occhi
azzurri che spandono bagliori e un ombrello usato a mo’ di bastone. Ripete a
voce alta e rauca come in un mantra indiano: “Scusi, scusi”, ma intanto sgomita
uno e urta quell’altro e, con malagrazia, intima a un terzo di alzarsi in piedi
ché lei deve sedersi. Sarà l’occhiata della virago o un latente complesso
materno, il tipo si alza e lei, punfete, seduta, con gran soddisfazione, sul
suo grande posteriore, nel sollievo generale di noi tutti. Gli sguardi si incrociano in un gioco di rimandi e sospiri
al quale partecipo, divertita.
Nel silenzio, musi lunghi e
il picchiettio della pioggia. Si riparte. Giunti alla fermata Tal dei tali, la signora si
solleva, con l’aiuto di un poveretto (che quasi cade a terra) e poi nel
rimbombo solito dei suoi “Scusi, scusi”, percorre la lunghezza dell’autobus, dando colpi a destra e a manca, incurante della porta centrale, vuota di passeggeri in transito e via, verso
quella del guidatore dove, invece, parcheggia la sua bellezza una certa
fanciulla in fiore che smanetta sul suo iphone. La nostra simpatica signora le
si fa vicina e poi: “Ce l’ha l’ombrello, vero?” Quella, basita, balbetta
qualcosa che non riesco a sentire. L’altra la incalza: “Non lo vede? Piove
e non si deve mai uscire di marzo senza
ombrello. Se lo deve ricordare, la prossima volta…”. Detto ciò, le porte si aprono e lei giù,
con il bastone fatto ombrello. Mentre noialtri si ride, tutti insieme, come
buoni amici…

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