In questi caldissimi
giorni di agosto, mentre contavo le ore per tornare in Sardegna, ho trascorso
con mia madre molte ore vuote, tutte mie e sue, porgendo il mio orecchio alle
sue tante parole. Affioravano, come piccoli fiori in un prato, i ricordi di lei,
bambina, quando, ad esempio, vide arrivare la zia Giusetta, in Comina, scortata
dai cosacchi che, per far avanzare i riottosi destrieri (che trainavano il
carro carico di zia e cugini) sparavano ad altezza zoccoli, come in un pronti
partenza e via…
Oppure, quando, già
ragazzina rifugiata dai Mucchi a Salò, lasciò per strada, in un ricovero per
anziani, la vecchia nonna Rosa, la madre di suo padre, che, al pomeriggio
udinese – quando andava da lei in via Innocenzo Liruti – le chiedeva premurosa:
“Vusti i pometti?” Che significa vuoi le mele? Un vivido ricordo a Salò. E’
sera tardi e lei, poco più che adolescente, sta tornando a casa per mano all’anzianissimo
Anton Maria Mucchi, intellettuale finissimo e pittore (al quale è intitolato
ora il Museo archeologico di Salò). “Lascio a lei la parola: “Sbandava, Betta,
andava a zig zag e io a tirarlo di qui e di lì. Il giorno dopo è morto”.
Ma tra tutti i ricordi splende
in gloria quello del primo grande amore della sua vita, che non era mio padre,
ma un certo signore che oggi è chirurgo in America. Si incontravano a cavallo
della bicicletta per le vie di Pordenone. E, un giorno, sfidando occhiate e
malevolezze, si diressero, in palpito rosa, sulle rive del dolce Noncello,
pronti forse a suggellare con un bacio il loro incontro di cuori. Non fu così.
D’un tratto, ecco il parroco, Don Taldeitali, in bicicletta, seguito da una
banda di ragazzini dell’oratorio, che tanto fecero a prenderli in giro da
convincerli a rinunciare all’amore e a unirsi alla brigata…

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